«Scusate, ho sbagliato» Il dottor Clonazione si dimette solo a metà

Scandalo per gli ovuli donati da due assistenti: il coreano Hwang lascia il suo team. «Ma continuerò»

Eleonora Barbieri

C’è già chi suggerisce l’ipotesi del complotto: torbide manovre orchestrate da gruppi di ricerca stranieri per colpire al cuore uno dei team più famosi del mondo, quello del coreano Hwang Woo Suk. Ma lo scandalo c’è stato: per alcuni esperimenti sono stati utilizzati ovuli di due assistenti, una pratica vietata dai codici etici internazionali. E così Hwang, il padre della clonazione degli embrioni e degli studi più avanzati sulle cellule staminali, ieri è stato costretto a dimettersi da ogni carica ufficiale. Una caduta improvvisa: la scorsa settimana il medico coreano è stato infatti consacrato anche dalla rivista Time, che ha premiato la clonazione del cane Snuppy come la migliore invenzione dell’anno.
L’annuncio è arrivato nel corso di una affollatissima conferenza stampa a Seul: tutto il Paese ha voluto ascoltare le parole di Hwang, un vero e proprio eroe nazionale, con tanto di immagine sui francobolli. E lui, il veterinario che, con le sue ricerche, non ha esitato a superare (quasi) ogni limite, ha ceduto e chiesto scusa a tutti, perché, questa volta, la frontiera non andava davvero superata.
Il medico dell’Università di Seul ha voluto precisare la sua versione della vicenda, scoppiata il 12 novembre dopo un’intervista del collega americano Gerald Schatten al Washington Post. Il professore dell’Università di Pittsburgh è un ex collaboratore di Hwang, ma non aveva ottenuto il rinnovo del suo contratto. E così ha dichiarato di voler lasciare il team, per dissensi «di metodo»: il pioniere della clonazione aveva infatti utilizzato gli ovociti di una sua giovane ricercatrice. Hwang ha confermato che due sue assistenti hanno donato gli ovuli nel 2003, ma a sua insaputa. Anzi, di fronte alle loro offerte, si era sempre rifiutato. Le due, però, avrebbero comunque deciso di agire di nascosto.
Il tutto è finito fra le mani dei giornalisti di Nature, che, nel maggio dello scorso anno, hanno chiesto spiegazioni a Hwang: la Dichiarazione di Helsinki vieta infatti donazioni da parte dei dipendenti, che potrebbero essere poco spontanee e frutto di pressioni; così come proibisce ogni forma di retribuzione. E anche questa norma è stata violata, poiché le due ricercatrici hanno ricevuto un compenso di circa mille euro ciascuna. Hwang ha raccontato che, sollecitato dai reporter, si è rivolto direttamente alle due donne: e loro avrebbero ammesso di aver donato gli ovuli, pregandolo però di non rivelare nulla. E il dottore, per rispetto della loro privacy, ha mentito a Nature.
Insomma, la sua unica colpa sarebbe quella di non aver vigilato abbastanza, perdendo anche l’occasione buona per raccontare la verità. Un impulso che ha provato solo ora, dopo le dichiarazioni di Schatten e le inevitabili reazioni della comunità scientifica internazionale. I suoi connazionali, però, non l’hanno abbandonato. Secondo un sondaggio riportato dal Korea Times, il 67 per cento dei sudcoreani continua a sostenerlo. E anche il governo l’ha difeso: «Non ci sono state violazioni dei principi di etica nell’ottenere ovuli umani - ha dichiarato la portavoce del ministero degli Affari sanitari e sociali -: le donatrici non sono state costrette, né sollecitate».
Hwang, comunque, si è scusato e ha lasciato ogni incarico, compreso quello alla direzione della Banca mondiale delle cellule staminali, nata lo scorso settembre. E ha promesso: «Ora mi concentrerò solo sulla ricerca, per dare speranza a chi soffre di malattie incurabili».