Le scuse non bastano: 20 anni di carcere all’infermiera killer

Era accusata di aver eliminato cinque anziani degenti con iniezioni d’aria. Prima della sentenza ha chiesto perdono

Anna Savini

da Lecco

La sentenza dice che dovrà passare vent’anni in carcere e non 30 come aveva chiesto l’accusa. Sonya Caleffi, l’infermiera di Lecco accusata all’inizio di aver ucciso dodici pazienti (e di aver tentato di fare altrettanto con altri tre) è stata ritenuta responsabile di «soli» cinque delitti.
I suoi avvocati, tutto sommato, sono soddisfatti, anche se loro avevano chiesto il proscioglimento ritenendo inesistente il nesso di causalità tra le azioni dell'infermiera e le morti dei degenti. Rischiava l’ergastolo la bella Sonya, la condanna di ieri in Appello potrebbe ridursi. Anche di parecchio. Stanno già facendo i calcoli e si aspettano di tirarla fuori da San Vittore molto prima, forse addirittura tra 4-5 anni, i suoi avvocati.
Sonya è scoppiata a piangere quando il giudice ha letto la sentenza. Poi, consolata dal papà, si è ripresa. E stavolta è uscita dal tribunale senza l’aiuto della Croce rossa che l’aveva soccorsa con l’ossigeno quando, durante l’ultima udienza, si ritrovò in preda a una crisi di nervi.
Comunque vada a finire, la donna che sarà sempre ricordata come l’infermiera killer, non tornerà mai più a lavorare in un ospedale. La sua carriera è finita nel dicembre del 2004, quando venne arrestata e confessò di aver ucciso alcuni pazienti iniettando loro aria nelle vene. Un modo per mettersi in mostra e far vedere quanto fosse brava a gestire emergenze che poi lasciava ad altri. Sarebbe bastato già questo, per gli avvocati, a far giudicare Sonya seminferma di mente. Ma ieri, in tribunale a Lecco, il gip Gian Marco De Vincenzi non ha tenuto conto dei problemi psichici della 36enne fidanzata di un medico. E per questo i suoi legali Claudio Papa e Renato Rea faranno appello.
Sonya, prima della sentenza, ha chiesto scusa, dicendo che ora «è una donna diversa». Ancora una volta, però, non ha parlato delle morti che le vengono contestate. Dopo la confessione non è mai più entrata nei particolari degli omicidi. Il pm Luca Masini li aveva messi uno in fila all'altro, ricostruendo le morti di Cristina Maria, Colomba Elisa Riva, Ferdinando Negri, Renzo Cipelli, Biagio La Rosa, Teresa Lietti e i tentati omicidi di Francesco Ticli e Giuseppe Sacchi. Il gip ha detto che la morte di Renzo Cipelli non è da addossare all’infermiera.
Come richiesto anche dal procuratore Anna Maria Delitala, il giudice ha decretato l’interdizione legale durante l’espiazione della pena e l’interdizione temporanea per cinque anni dal pubblico servizio di infermiera professionale. Solo cinque anni, perché così prevede la legge. Ma tanto la Caleffi non tornerà a fare l’infermiera neppure quando, di fatto, potrebbe rientrare al lavoro. Per ora la sua vita è il carcere dove, protetta dai medici e con un gruppo di detenute come amiche, non è più in balia dei suoi problemi mentali. Quelli che la facevano andare a sbattere contro i muri in auto o la portavano a tagliarsi le vene per tentare il suicidio. I suoi genitori si sentono sollevati. Perché non è ergastolo. Perché la sentenza dice che saranno vent’anni di carcere, ma i calcoli della speranza fanno supporre possano essere molti di meno.