Ma le scuse tardive a Leone non possono riabilitare il Pci

Francesco Damato

A dispetto delle apparenze, e persino della soddisfazione espressa dai suoi familiari, al povero Giovanni Leone non è stato restituito per intero l’onore neppure con gli elogi che ne ha fatto di recente Giorgio Napolitano, a più di sei anni dalla morte e ventotto dalle dimissioni da presidente della Repubblica. Mancavano solo sei mesi alla conclusione ordinaria del suo mandato quando proprio il partito di Napolitano - il Pci - ne pretese spietatamente l’interruzione con l’avallo di una Dc intossicata da una torbida miscela di potere e vigliaccheria.
«Non potevo mica dimettermi io», si è lasciato scappare una volta Giulio Andreotti parlando di quella vicenda. In effetti l’alternativa alle dimissioni di Leone era la caduta del governo allora presieduto dall’attuale senatore a vita, interamente composto di democristiani e appoggiato dai comunisti. Il cui voto di fiducia era stato negoziato dal presidente della Dc Aldo Moro prima di essere sequestrato e ucciso dalle Brigate Rosse. Moro fu assassinato il 9 maggio del 1978, dopo cinquantacinque giorni di penosa prigionia, e Leone dovette lasciare il Quirinale la sera del 18 giugno. Lo fece sotto una pioggia che, per quanto torrenziale, non poteva certamente lavare la vergogna di quanti avevano reclamato e ottenuto il suo sacrificio sull’altare della cosiddetta opportunità politica, abitualmente evocata nei palazzi del potere quando si cerca di giustificare una cattiva azione.
Leone fu un capo dello Stato «corretto e rigoroso», ha riconosciuto ora Napolitano riscattandolo dal fango rovesciatogli addosso da chi lo aveva accusato di evasione fiscale, di commercio delle grazie presidenziali e di partecipazione alle tangenti su alcuni aerei militari di trasporto venduti al governo italiano dalla Loockheed. Che era una società americana rappresentata a Roma, fra gli altri, da un celebre avvocato del quale Leone aveva solo il torto di essere amico. Ciò doveva bastare ed avanzare secondo i suoi avversari per trascinarlo in una spirale di sospetti e maldicenze, cui si prestò persino un garantista come Marco Pannella, che però fu il primo, sia pure dopo molti anni, a riconoscere pubblicamente l’errore e a scusarsi con l’ex presidente, allora per fortuna ancora vivo.
Quelle maldicenze furono tuttavia solo il pretesto usato dai comunisti, e dai loro complici, per la defenestrazione di Leone. Egli in realtà si era macchiato agli occhi del Pci di una ben altra «colpa», tutta politica, che anche Napolitano purtroppo ha rimosso dalla memoria parlando di lui qualche giorno fa. All’indomani del sequestro di Moro il povero Leone si era permesso di convocare al Quirinale il segretario della Dc Benigno Zaccagnini per disapprovare la linea concordata con il Pci: una linea enfaticamente chiamata «fermezza» ma destinata a tradursi nel massimo della confusione e dell’inefficienza.
Oltre a dissentire dall’asse Dc-Pci, Leone tentò generosamente di interrompere il conto alla rovescia avviato dagli aguzzini per eseguire la loro sentenza di morte contro Moro. Egli con estrema riservatezza predispose per una brigatista detenuta, compresa in un elenco di tredici «prigionieri» dei quali i terroristi avevano chiesto lo scambio con Moro, una grazia che non fece però in tempo a firmare. Gli assassini, informati con inquietante e ancora misteriosa tempestività, affrettarono la fine dell’ostaggio. Per quanto rimasta una bozza, quella grazia costò ignobilmente la testa a Leone. Nessuno gli ha ancora chiesto scusa per questo.