Sderot, bersaglio in due giorni di 40 missili di Hamas, sta diventando una città fantasma. Allarme rosso in tutto lo Stato ebraico: il rischio di attentati suicidi è elevato Razzi e raid aerei, giornata di guerra a Gaza Continuano i lanci di Qassam sul

Gian Micalessin

La battaglia di Sderot è iniziata. Tra i miliziani di Hamas a Gaza e i militari israeliani appostati intorno e sopra alla Striscia è battaglia aperta. Per entrambi l’obbiettivo è Sderot il villaggio-città ai margini della Striscia dove ha casa il ministro della Difesa laburista Amir Peretz. Un simbolo vicino e facile anche per gli imprecisi missili di Hamas. Un simbolo da colpire, terrorizzare, svuotare per i brigatisti delle Ezzedin Al Qassam, l’ala militare di Hamas. Un simbolo da difendere a tutti i costi per i militari israeliani impegnati a eliminare con meticolosa precisione le unità sorprese a tentare un lancio di missili. Da venerdì a ieri sera almeno quaranta Qassam sono stati lanciati dalla Striscia di Gaza. Nove sono caduti intorno alla città bersaglio. Uno ha gravemente ferito il guardiano di una scuola riducendolo in fin di vita. Ma un missile Qassam fuori rotta ha anche distrutto una casa del campo di Jabalia, uccidendo un militante della Jihad Islamica.
Intanto gli elicotteri Apache impegnati nell’intercettazione degli artiglieri di Hamas lavorano senza tregua. Ieri uno dei loro razzi ha centrato un gruppo di fuoco pochi secondi prima del lancio, uccidendo due militanti e ferendone un terzo. Nel pomeriggio una seconda operazione degli elicotteri Apache ha intercettato una seconda unità di fuoco pronta a entrare in azione. I tre sono però riusciti ad allontanarsi dall’autovettura su cui viaggiavano prima che questa venisse incenerita dai missili dell’elicottero. I tre sono rimasti feriti dalle schegge.
In queste ore roventi, i militanti integralisti sfruttano l’interruzione dello sbarramento d’artiglieria sul nord della Striscia ordinato dai comandi israeliani dopo la strage della spiaggia costata la vita a otto palestinesi, tra cui tre bimbi. Le scuse e le condoglianze del primo ministro israeliano Ehud Olmert e la promessa di chiarire con un’inchiesta le cause del massacro non hanno certo fatto cambiare idea a Hamas. Mentre il premier palestinese Ismail Haniyeh appare spiazzato, l’ala militare - appoggiata dai leader in esilio a Damasco - è decisa ad abbandonare per sempre la tregua rinunciando a qualsiasi svolta politica. E le frange più dure vanno volentieri al seguito.
«Sangue per sangue, resistenza contro violenza, gli occupanti realizzeranno che il sangue dei martiri è sacro, il nemico ne pagherà il prezzo», inneggiava ieri il parlamentare Mushir al Masri rispolverando toni dimenticati dopo una tregua di 16 mesi e la svolta politica sancita dalla vittoria alle elezioni dello scorso gennaio. «Trasformeremo Sderot in una città fantasma, lanceremo missili fino a quando non se ne andranno tutti», promettono i portavoce dell’ala militare.
Il ferimento del 60enne Yonatan Engel, custode delle scuole di Sderot, ha turbato la popolazione della cittadina che, seppur abituata alle esplosioni dei Qassam non registrava un ferito dal luglio scorso. «Chiedo a ciascuno di restare - implorava il sindaco Eli Moyal dopo aver ascoltato le famiglie pronte a fuggire - la situazione è difficile, ma non possiamo darla vinta a quei bastardi nella Striscia di Gaza». Intanto le scuole sono chiuse e gli alunni resteranno a casa fino all’installazione di protezioni anti missile. Ma è allarme rosso anche nel resto d’Israele dove il timore di attacchi suicidi ha originato una novantina di allarmi bomba in tre giorni.
Il premier di Hamas Haniyeh, già messo all’angolo dai duri del movimento, deve anche fronteggiare la sfida del presidente Palestinese Abu Mazen deciso a mandare avanti il referendum del 26 giugno su quel «piano delle carceri» che Hamas continua rifiutare. Ieri Abdel Khaleq Natche, il leader integralista firmatario del documento, che riconosce implicitamente Israele, ha ritirato la sua adesione. La mossa non risolve i problemi di Haniyeh che, per evitare una batosta capace di far cadere il suo governo, deve convincere Abu Mazen a ritirare il referendum. Falliti i colloqui di sabato notte i due si sono ritrovati nella tarda serata di ieri per cercare il difficile compromesso.