Se anche il Pakistan cade nelle mani degli islamisti

La battaglia della Moschea Rossa di Islamabad, in cui sono morte molte decine di persone, renderà ancora più precaria la situazione del presidente Pervez Musharraf, sempre più contestato all’interno e sempre più inviso agli Stati Uniti. Ma l’ormai probabile uscita di scena del generale rischia di mettere in moto un processo che potrebbe portare al potere in Pakistan, potenza nucleare dotata di almeno una cinquantina di testate, un governo fondamentalista pronto a rompere l’alleanza con Washington.
Già oggi il Paese è sull’orlo del caos: dopo avere congedato due mesi fa il presidente della Corte suprema, che si opponeva ai metodi adottati per reprimere il dissenso, Musharraf ha dovuto fare fronte a una opposizione sempre più agguerrita. L’insofferenza nei confronti del generale è diffusa sia nella classe media sia tra le masse dei diseredati preda della propaganda islamista sia nelle stesse Forze armate. Il fatto che un fondamentalista come Abdur Rashid Ghazi, l’imam della Moschea Rossa, abbia osato trasformare la sua madrassa in una specie di fortilizio e reclamare apertamente l’adozione della sharia, la dice lunga sul peso degli estremisti. Per giorni Musharraf ha cercato di farlo rientrare nei ranghi offrendogli di consegnare le armi non all’esercito, ma alle autorità religiose. Ma Ghazi cercava il martirio e lo ha avuto. Lo scenario peggiore, ma anche uno dei più probabili, è ora quello di una violenta reazione da parte degli islamisti capace di travolgere il regime. Non si tratterebbe tuttavia di un preludio a libere elezioni, ma di una svolta liberticida e antioccidentale che renderebbe quasi insostenibile la presenza della Nato in Afghanistan e sconvolgerebbe gli equilibri della regione.
Musharraf non è certo un alleato esemplare. Fino al 2001 aveva sostenuto i Talebani e solo dopo l’11 settembre aveva accettato di schierarsi con l’Occidente. Ma, in questi sei anni, ha fatto molto meno di quel che aveva promesso per eliminare le basi e i campi di addestramento di Al Qaida nella fascia di frontiera con l’Afghanistan. La settimana scorsa, l’ex segretario americano alla Difesa Rumsfeld ha ammesso che nel 2005 le forze speciali statunitensi furono costrette a rinunciare a una operazione forse risolutiva contro lo sceicco del terrore per non destabilizzare Musharraf. E il New York Times ha chiesto alla Casa Bianca di abbandonare il generale al suo destino.
Le precedenti esperienze con la democrazia, in Irak, nei territori palestinesi, nello stesso Egitto, fanno temere che si cada dalla padella nella brace. Al punto in cui siamo, se il Pakistan tornasse ad appoggiare apertamente i talebani, e invece di offrire solo un nascondiglio a Bin Laden appoggiasse la sua guerra contro «crociati e giudei», la lotta al terrorismo subirebbe un colpo micidiale. Quanto tempo passerebbe prima che qualcuno, a Islamabad, fornisse l’atomica ad Al Qaida?