Se anche la storia mette a nudo l’abisso che separa satira e islam

Ruggero Guarini

Dunque in televisione la satira sull’islam si può fare. Parola di Fabrizio del Noce, il direttore di Raiuno, che sul Foglio ha spiegato che nulla vieta – purché naturalmente non si cada nel blasfemo – di sfottere un pochino «gli estremisti politici che agiscono in nome del credo di Maometto». Parole certamente molto sagge, che però proprio Maometto potrebbe trovare velenose. Sembra infatti che il Profeta nutra da sempre il non infondato sospetto di essere stato lui stesso un meraviglioso estremista votato alla causa del proprio credo. Anzi è arcinoto che immagina di essere il primo e insuperato campione della famiglia degli estremisti di Allah. Sarà perciò permesso prendere in giro anche lui? Nel caso che lo fosse, i nostri maestri della telesatira politica dovrebbero affrettarsi a prodursi in uno sketch sui rapporti di Maometto con la satira del suo tempo. Gliene offro la scaletta.
Maometto è appena uscito vittorioso dalla famosa battaglia di Badr, che fu anche il suo primo, grande successo militare contro i suoi avversari di allora: le tribù ebraiche e pagane della Medina. La sua gioia viene però guastata da alcuni letterati che non hanno accolto il suo annuncio, che anzi lo hanno a lungo deriso, e che continuano a sfotterlo anche dopo il trionfo di Badr. La star del movimento dissidente è una donna, la poetessa medinese ’Asma bint Marwan, che nei suoi versi osa biasimare apertamente le tribù arabe che si sono arrese e sottomesse al Profeta. Una delle sue poesie contiene questa invettiva: «Vi disprezzo, gente di Malik e Nabit! | Vi disprezzo, gente di ‘Awf e Khazrag! | Voi obbedite a uno straniero che non è di qui! | Che non è né di Murad né di Madh’ig! | Credete ancora in lui dopo l’assassinio dei vostri capi?».
Quando questi versi arrivano all’orecchio del Profeta, egli esclama ad alta voce: «Non c’è nessuno che mi liberi dalla figlia di Marwan?». Quella stessa sera un certo ’Umayr ibn ’Adì si introduce nella casa della donna (che sta dormendo in mezzo ai suoi cinque figli, l’ultimo dei quali, ancora lattante, sonnecchia sul suo petto) e la trafigge con la sua spada. ’Umayr ibn ’Adì torna da Maometto per dirsi pronto a convertirsi all’Islam. Segue l’assassinio di un altro poeta – il quasi centenario Abu ’Afak – che osava deridere il Profeta sbeffeggiando la sua mania di legiferare su ogni cosa con raffiche di divieti. La commozione destata da questi e da molti altri ammazzamenti analoghi incrementa l’ondata di adesioni alla causa maomettana che la prima vittoria del Profeta ha suscitato fra gli arabi della Medina.
Certo questa non è satira. Infatti è soltanto storia. Un pezzetto di purissima storia islamica ricordato con grande giubilo dai primissimi cronisti maomettani, che negli effetti gloriosi di questi assassinii videro naturalmente una prova della potenza di Allah. Ma per cavare da questo scampolo di storia islamica un pezzetto di ottima satira basterà riferire la vicenda così com’è, senza aggiungervi neanche un sogghigno. La semplice esposizione dei fatti sarà infatti sufficiente a rivelare la forza squisitamente satirica dell’episodio. Giacché essa risiede nel fatto che a Maometto – come la storiella dimostra da sola – la satira piaceva soltanto al sangue.
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