Se le assoluzioni sono carta straccia

Chissà se i giudici che hanno assolto Berlusconi al processo Sme quereleranno il loro ex collega Gerardo D’Ambrosio. Costui, che fu tra i principali artefici degli infiniti processi contro l’ex premier, non ha infatti lesinato critiche alla sentenza di assoluzione dell’altro ieri.
E che critiche. D’Ambrosio ha detto che il dispositivo della sentenza gli sembra «estremamente singolare», ma soprattutto ha detto che vorrebbe «magistrati più coraggiosi», insinuazione che ci pare pesantissima. Noi del Giornale siamo stati condannati anche quando abbiamo usato parole ben meno dure: come ha ricordato ieri il nostro direttore, noi (e pochi altri) abbiamo pagato più di 500mila euro per aver criticato inchieste che poi tanto impeccabili non erano, visto che sono finite nel nulla.
Ma la domanda che ci poniamo ora, e cioè se i giudici della Corte d’appello quereleranno D’Ambrosio, è puramente retorica, visto che il divieto di critica, evidentemente, non è uguale per tutti. «Le sentenze si rispettano sempre, ma si possono anche criticare», ha detto ieri D’Ambrosio. Giustissimo. Ma se chi le critica sta da una certa parte, viene condannato. Se invece si critica un’assoluzione a Berlusconi, si può dire ciò che si vuole.
Ne abbiamo avuta una ennesima prova sfogliando i giornali di ieri. Alla faccia del principio (tante volte sbandierato) secondo il quale le sentenze sono indiscutibili e l’autonomia della magistratura sacra, non solo D’Ambrosio, ma anche Antonio Di Pietro e vari opinionisti sono insorti contro l’assoluzione di Berlusconi, considerata alla stregua di carta straccia. Un modo di fare che la dice lunga su che cosa è stato negli ultimi quindici anni - e su cosa è tuttora - il cosiddetto «giustizialismo»: movimento di pensiero secondo il quale la politica deve essere sottomessa alle inchieste della magistratura, ma solo a quelle che colpiscono i nemici.
E c’è di peggio. Questo giustizialismo ha combattuto la sua battaglia politica non a colpi di sentenze - che almeno un senso lo avrebbero - ma a colpi di avvisi di garanzia, di mandati di cattura, di rinvii a giudizio. Insomma: per abbattere l’avversario di turno (prima la Dc e il Psi, poi Berlusconi) ci si è serviti delle fasi preliminari delle inchieste: il «nemico» doveva farsi da parte semplicemente perché accusato, a prescindere da come sarebbe poi finito il processo. Ieri Di Pietro ha detto che questa ennesima assoluzione «dimostra che non c’è stato accanimento giudiziario nei confronti di Berlusconi». Non prendiamoci in giro: per il clima che si è instaurato in Italia dal 1992 ad oggi, basta l’avvio di un procedimento per mettere fuori gioco un politico. Craxi sparì dalla scena dopo l’avviso di garanzia, non dopo la condanna. Andreotti venne assolto, certo: ma dopo anni, e ormai era stato espulso dalla vita politica. Sì, Berlusconi ha resistito: ma perché ormai mezzo Paese certe leggende nere non le beve più, non certo perché «non c’è stato accanimento giudiziario». Caro Di Pietro, sa che cosa le direbbe Totò? Ma mi faccia il piacere.
«Non siamo in un Paese normale», ha detto ancora D’Ambrosio commentando l’assoluzione di Berlusconi. In effetti, un Paese dove gli avvisi di garanzia pesano più delle sentenze e dove i magistrati che indagano su una parte politica diventano poi parlamentari della parte avversa, tanto normale non è.