Se Berlinguer viene scavalcato da Gramsci

Ruggero Guarini

Dunque la Quercia dovrebbe affrettarsi a tornare a Berlinguer. Parola di molti suoi fan. Dei quali si è fatto portavoce il cittadino Scalfari. Secondo il quale soltanto un ritorno allo spirito e al rigore dell’uomo che suppergiù trent’anni fa lanciò la famosa questione morale potrebbe aiutare gli eredi del Pci a risollevarsi dal fango in cui – coi loro maldestri maneggi finanziari – hanno trascinato quel che resta della loro vecchia casa.
Nobile appello. E tuttavia un pochino ingeneroso. Giacché non contiene il minimo accenno al fattore che conferisce a quella memorabile trovata del grande Berlinguer tutto il suo incommensurabile spessore etico e politico.
Quale sia questo fattore è un dettaglio noto da sempre ma da sempre puntualmente obliterato. È il fattore alto tradimento. Che rimanda ovviamente al fatto che il Pci, anche mentre l’onesto Berlinguer, lanciando la questione morale, gli offriva l’attrezzo ideologico con cui pochi anni dopo sarebbe riuscito ad accoppare i partiti di governo della prima Repubblica, continuò imperterrito a lasciarsi finanziare da una patronessa – la compagna Mosca – che allora era a tutti gli effetti la principale nemica di quell’alleanza atlantica di cui il nostro paese faceva parte.
Nonché un po’ ingenerosi con l’anima di Berlinguer, i fautori di un ritorno al suo rigore sono piuttosto ingiusti anche e soprattutto con quella di Antonio Gramsci. Giacché sulla questione morale la lezione gramsciana è di gran lunga più audace e profonda di quella berlingueriana. Esposta in alcune celebri pagine su Machiavelli, essa afferma, com’è noto, che ogni nostro atto deve essere giudicato buono o cattivo, utile e dannoso, virtuoso o vizioso, in base al vantaggio o al danno che può arrecare al Partito. Sicché buone sarebbero soltanto quelle azioni che incrementano il potere del Partito e cattive tutte quelle che lo contrastano. Ragion per cui il Partito avrebbe dovuto prendere, nella testa e nel cuore dei comunisti, il posto di Dio e della coscienza...
Ma ecco il passo in cui Gramsci, dopo aver definito il Partito comunista «il moderno Principe», enunciò questa sua Etica in nuce: «Il moderno Principe, sviluppandosi, sconvolge tutto il sistema di rapporti intellettuali e morali in quanto il suo svilupparsi significa appunto che ogni atto viene concepito come utile o dannoso, come virtuoso o scellerato, solo in quanto ha come punto di riferimento il moderno Principe stesso e serve a incrementare il suo potere o a contrastarlo. Il Principe prende il posto, nelle coscienze, della divinità e dell’imperativo categorico, diventa la base di un laicismo moderno e di una completa laicizzazione di tutta la vita e di tutti i rapporti di costume».
Si tratta, come si vede, di un’etica in base alla quale non si capisce per quale motivo si stia facendo tanto baccano sulle imprese finanziarie della Quercia. Sono morali o immorali quelle imprese? Per rispondere a questa domanda non basta, gentili querciaioli, tornare a Berlinguer. Occorre tornare a Gramsci. Giacché lui vi spiegherebbe che il quesito non dovete porlo alla vostra coscienza. E nemmeno al vostro dio. Dovete porlo al vostro Botteghino. Che è pur sempre l’erede di un Principe per il quale non solo cento milioni di euri ma anche cento milioni di morti, se e quando tornano a suo vantaggio, sono moralmente ineccepibili.
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