Se Berlusconi cade, la «patrimoniale» non ce la leva nessuno

Caro Granzotto, per un paio di settimane abbiamo potuto seguire sulla stampa e in televisione un acceso dibattito sulla tassa sul patrimonio o patrimoniale, facente seguito al proposta di introdurla lanciata da Giuliano Amato e Pellegrino Capaldo. Poi, improvvisamente, il silenzio. Non sono tanto tranquillo e le chiedo se secondo lei in un prossimo futuro possa accadere che sia applicata quell’arma di distruzione di massa dei risparmi dei cittadini. Sa, nel caso provvederei a de-patrimonializzarmi, magari ricorrendo a una società offshore, tornate di moda grazie al cognato istituzionale, come lei lo chiama.
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Magari mettendo su casetta a Montecarlo, eh? Non vorrei farle venire cattivi pensieri, però a determinate condizioni la patrimoniale è una certezza, caro Montesi. E le condizioni sono: o un governo di salvezza pubblica, d’emergenza, del Presidente, lo chiami come vuole ma è sempre la stessa zuppa, l’ammucchiata. Piddì, Vendola, Di Pietro, Casini, Fini, nani e ballerine, ivi compreso - fra le ballerine, s’intende - Roberto Saviano. O, in caso di elezioni anticipate, che vinca la sinistra delle Bindi e dei Bersani. In entrambi i casi la patrimoniale schizzerebbe al primo posto nell’agenda del governo. E questo per quattro motivi. Primo: sarebbe quel segnale di «discontinuità» caro alla sinistra che, appunto, testimonierebbe al Paese e al mondo intero la chiusura netta con il berlusconismo e l’alba della «bella politica» per «l’Italia che vogliamo». Nell’ipotesi di governo dell’ammucchiata, non si tirerebbe certo indietro Fini, al quale la patrimoniale richiamerebbe i mussoliniani fasti dell’«oro alla patria». Né Casini, che conoscendo la storia della cruna e del cammello, pur di mandare in paradiso gl’italiani li farebbe tutti poveri in canna (dovrebbe vedersela, questo è vero, con il suocero Caltagirone, ma col suo charme Casini saprà ammansirlo). Secondo: la patrimoniale è, oltre che espressione di discontinuità, chiara reazione e censura all’era Berlusconi, ricco epulone che vestito di porpora e di bisso gozzovigliò nella sua agiatezza, pieno di soldi e di ville. Patrimoniale, dunque, come dies irae dies illa, dies tribolatonis et miseriae. Sopra tutto miseriae. Terzo, la patrimoniale è la scorciatoia più agevole per far cassa e con essa la sinistra dimostrerebbe agli italiani che il rigore berlusconiano imposto dall’arcigno Tremonti era solo sadismo, era l’infierire sul popolo che non arrivava alla quarta settimana (ma trova il tempo, nelle prime tre, di fare un salto alle Seyhelles). Quarto: con la patrimoniale i compagni risponderebbero finalmente al richiamo di Nanni Moretti: diranno una cosa di sinistra. E niente è più di sinistra di una nuova e pesante gabella che colpisce come una bomba a frammentazione la deprecata, borghese e decadente ricchezza privata.
Ammesso che avvenga il cambio di guardia, si tratterà solo di vedere quale tipo di tassazione sul patrimonio ci sarà imposto. C’è la rapina secca proposta da Giuliano Amato, due tranches da 30mila euri, cifra tonda, che sarà chiamato a sborsare chi ha un reddito alto. Quanto alto? Si vedrà. Probabilmente alto un euro in più del reddito dichiarato dall’Amato medesimo. C’è la patrimoniale alla Capaldo che colpirebbe i proprietari di immobili e cioè quasi tutti gl’italiani. Una specie di subprime all’inverso, ma con le medesime conseguenze. Infine c’è la patrimoniale classica, che falcia l’insieme dei beni e delle proprietà di un individuo. Quale che sarà la supertassa, con i nostri risparmi dimezzati contribuiremo così a realizzare il sogno dei «sinceri democratici»: costruire il futuro. Dei nostri figli e nipoti. Certamente bello e radioso, ma con le pezze al sedere.
Paolo Granzotto