Se la bomba dell’Irak è un tiro in porta

Il buonanima Uday, figlio del buonanima Saddam Hussein, allenava i calciatori della «sua» nazionale (non tutti: solo quelli che si impegnavano poco, secondo lui) facendogli fare 50 giri di campo calciando un pallone farcito di cemento. Stessa cura veniva inflitta ai rigoristi colpevoli di calciare troppo spesso alle stelle. Per abituarli a stare bassi erano 10 calci di rigore a testa, sempre con lo stesso, terrificante pallone. C’era più lavoro per il traumatologo che per il massaggiatore, è vero; ma non c’è dubbio che nel frattempo la squadra è cresciuta, come direbbe Capello.
Ora, se sia stata quella drastica cura, e dunque la scelta conseguente tra buttare il sangue sul campo fra gli applausi, piuttosto che in una segreta del passato regime, fra più atroci tormenti, e per giunta senza applausi; o se invece si debba parlare di un personale e compassionevole intervento di Allah, deciso infine a volgere il suo occhio benigno sugli infelici abitanti di una nazione sgangherata che annega nel sangue, non sappiamo. Com’è, come non è, sta di fatto che oggi, a Giakarta, la nazionale irakena scende in campo contro i sauditi per la finale della Coppa d’Asia.
La gioia degli irakeni vola al cielo. Molto, ma molto più in alto di dove arrivano abitualmente i brandelli degli sventurati dilaniati dall’autobomba di giornata. Se poi il Padreterno volesse, anzi imponesse il miracolo di una vittoria, non è escluso che di miracoli se ne possa registrare un altro: un giorno, almeno un giorno intero, di concordia nazionale, dove sciiti, sunniti e curdi se ne vanno tutti insieme per i viali di Karrada, facendo caroselli intorno alla piazza del Paradiso, giù fino ai più fetenti quartieri di Sadr City sventolando tutti la stessa bandiera: quella del pallone, che è ultra-etnica, sovraconfessionale, super partitica. E scaricando i kalashnikov al cielo, invece che sulla schiena degli avversari. Se poi, dalla concordia pallonara si riuscisse a fare un altro passetto, e decidere che in fondo ci si potrebbe tutti riconoscere in quella stessa bandiera dove il nero, il verde, il bianco e il rosso fanno da sfondo alla certezza di sempre, che vi è scolpita a chiare lettere: ovvero che Allah è grande... Ma questo, al momento, sembra solo un sogno a occhi aperti.
Mercoledì scorso, dopo che i «Leoni della Mesopotamia» avevano mandato a casa la blasonata Corea del Sud, il telecronista della Tv nazionale aveva in qualche modo preconizzato l’intervento divino: «Pregate tutti il Dio onnipotente e generoso - aveva detto al fischio d’inizio - affinché i nostri leoni possano avere la meglio». E al fischio di chiusura aveva concluso di conseguenza: «Semplicemente, Allah è con l’Irak, e ora per favore bando agli spari e lasciate che il popolo esprima la sua gioia per le strade in santa pace». Infatti, due ore dopo, c’erano cinquanta tifosi morti, spinti in aria, insieme con le loro bandiere e la loro gioia, dal fracassante bagliore di due autobomba.
Non è detto, dunque. Ma una vittoria, con la nazionale che alza al cielo una coppa che a Bagdad nessuno ha mai sognato neppure di vedere da vicino, potrebbe davvero fare la differenza. E riuscire là dove il presidente Bush, con i suoi consiglieri e i suoi generali ha fallito. Si potrebbe, volendo spingere ancora un po’ in là la fantasia, che è parente della speranza, veder realizzato nel Paese, da Kirkuk a Bassora, da Falluja a Mosul, quel che Jorvan Vieira, il brasiliano che da due mesi allena la nazionale, è riuscito a ottenere dai suoi ragazzi. «Tutti i miei giocatori - ha detto alla vigilia della partitissima - sono uniti, si baciano, si prendono per mano e non si considerano più nemici tra loro, anche se sono di fedi religiose diverse». Non è stato facile. «All’inizio - dice ancora Vieira, che in Brasile è un perfetto sconosciuto ed è andato a cercare l’America a Bagdad - è stata dura. Tutti si portano dentro tante di quelle ferite e traumi per quello che è successo a familiari, amici e conoscenti sequestrati o uccisi, che prima ancora di far loro da tecnico ho dovuto fare da psicologo, padre, fratello e amico. In Irak vige ormai il tutti contro tutti, ma sono riuscito a inculcare ai ragazzi il concetto che in nazionale non siamo in guerra».
Ecco, poiché sognare non è vietato, noi quella festa di popolo ci par già di vederla. E oggi, a Dio piacendo, tiferemo tutti Irak.
Luciano Gulli