Se Calabresi fu un santo il ’68 fu opera del diavolo

Meno male che c’è la Chiesa. Mentre il nostro ceto politico continua a onorare i suoi idoli (un pantheon che da un pezzo comprende anche Adriano Sofri), ci si accinge a onorare la verità accogliendo fra i suoi santi il commissario Luigi Calabresi (l’uomo che fu assassinato in nome degli ideali del fondatore di Lotta continua). E questa è una trovata alla quale anche molti non credenti non mancheranno di annettere un abbagliante significato simbolico.
Questa «beatificazione» si presenta infatti come il più radicale capovolgimento del giudizio implicito nell’incessante processo di «auto-beatificazione» che la nota lobby degli eroi del ’68 e delle sue propaggini – tutti ormai ben sistemati sul proscenio di quello stesso «sistema» che da giovanetti volevano abbattere – va orchestrando da anni sul senso dei propri crimini.
Ebbero quegli anni dei veri eroi? Certo che li ebbero. Ma non furono, come vorrebbe l’ormai sterminata letteratura agiografica sull’argomento, i verbosi e furiosi capetti di quella stagione. E nemmeno i tronfi campioncini del partito armato. E meno che mai i molti autorevoli fans che quella covata di angioletti contava nei nostri sempre pugnaci salotti letterari, artistici, accademici, editoriali e mediatici.
I veri eroi di quegli anni non furono nemmeno quegli ormai attempati liderini che nelle ceneri insanguinate delle loro antiche battaglie hanno trovato di che rilanciarsi nella cosiddetta «battaglia delle idee» che accompagna senza posa l’interminabile tramonto della nostra sinistra di lotta e di governo.
Nossignori. I veri eroi di quegli anni – dice la Chiesa – furono le vittime della stupida ferocia di quei vanagloriosi giustizieri. Specialmente quelle che furono più furiosamente disprezzate, vilipese e calunniate dai loro stessi assassini. E poiché nessuna di esse fu forse più ignobilmente oltraggiata, prima e dopo la sua proditoria «esecuzione», del commissario Luigi Calabresi, «beatificare» lui vuol dire ricordare ai suoi assassini e a tutti gli invasati di quegli anni, nonché a tutto il vasto coro dei loro vecchi e nuovi apologisti, che furono tutti, e spesso sono tuttora, burattini del Maligno.
Questa immagine farà arricciare il naso a molti laici. Ma nessuna espressione può forse definire meglio quella specifica forma di invasamento che in quegli anni indusse alcune migliaia di presuntuosi disgraziati a voler cambiare il mondo con una raffica di attentati, agguati, rapimenti, scontri a fuoco, guerriglie urbane, scemenze ideologiche, idiozie politiche e infamie morali.
Questo invasamento implicava la convinzione di essere la meglio gioventù di quegli anni. È una presunzione che il Maligno – che non a caso fu detto «il principe di questo mondo» – non ha mancato di premiare, infilando un po’ dovunque (televisione, giornali, cinema, scuola, enti pubblici e naturalmente partiti, sindacati e simili) molte di quelle sue vecchie marionette. Anche per questo (suppongo) la Chiesa ha deciso di santificare l’uomo che fu forse la massima vittima espiatoria di quella muta di indemoniati.
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