Se il Cavaliere anti-politicoinsegna come ridare dignità alle istituzioni

L’opposizione chiede un passo indietro di Berlusconi senza passare dall’aula come le liturgie della Prima Repubblica. Una crisi extraparlamentare inaccettabile, ci riporta indietro vent'anni

Nella Prima repubblica le crisi di governo si consumavano fra le segreterie dei partiti e il Quirinale. A volte bastava la bocciatura di un emendamento in commissione, magari su un provvedimento del tutto secondario; a volte era sufficiente l’intervista del segretario di un partitino, o la frase di un capocorrente democristiano, e il presidente del Consiglio, dopo un breve giro di telefonate, saliva al Colle e rassegnava il mandato nelle mani del presidente della Repubblica - cioè dei partiti di maggioranza, che riaprivano il mercato delle poltrone e, una volta trovato l’accordo, rimettevano in sella un governo più o meno simile al precedente. Soltanto a quel punto - cioè soltanto a crisi bell’e risolta - il Parlamento era chiamato a discutere.

Il Pci per decenni si oppose a questa prassi, considerata insultante per le istituzioni, e per decenni commentatori e politici d’opposizione denunciarono all’opinione pubblica lo scandalo delle «crisi extraparlamentari». Se il governo è in difficoltà - si argomentava non senza ragione - è necessario che ne discuta l’aula, non i suoi corridoi. E se il governo cade, è in Parlamento, cioè là dove è nato, che deve cadere. È una questione di rispetto.
Il mancato rispetto per le istituzioni, per le regole, per le forme della democrazia è una delle accuse più ricorrenti che l’opposizione (e non solo) rivolge a Berlusconi fin dalla sua discesa in campo, ed è stato uno dei terreni di scontro più frequenti. Giuliano Ferrara fece di quest’irritazione del Cavaliere per le forme uno dei tratti distintivi della rivoluzione berlusconiana, capace di dare uno scossone salutare all’impalcatura bizantina delle nostre istituzioni nel nome di una nuova idea di rappresentanza popolare rinvigorita dal maggioritario: nel momento in cui gli elettori scelgono il premier, gli spazi per le manovre di palazzo, ancorché formalmente corrette, si restringono fino a scomparire.

A questa linea Berlusconi si è sempre attenuto, e, per quanto si sa, continuerà ad attenersi: dopo questo governo, ha già detto, ci sono solo le elezioni. Le opposizioni la pensano invece diversamente: in nome della «centralità del Parlamento» - il vecchio slogan con cui la sinistra della Prima repubblica garantiva una blanda opposizione in cambio dell’impegno della maggioranza a non governare - qualsiasi governo che goda della fiducia delle Camere è legittimo, indipendentemente dal risultato elettorale.

Il paradosso, però, è che queste stesse opposizioni, così orgogliosamente intrise di cultura parlamentare, volevano e chiedevano da mesi che Berlusconi si dimettesse senza neanche affacciarsi a Montecitorio. Il presidente del Consiglio - sostenevano i suoi numerosi avversari, nonché diversi amici e alleati - si deve dimettere perché è sotto processo o perché lo chiede l’Europa, perché lo vogliono i mercati o perché soltanto così, con il «passo di lato», si riesce a salvare la baracca. E, da ieri, naturalmente, si deve dimettere anche perché il Rendiconto è stato approvato con 308 voti soltanto, otto meno del necessario.

Sono opinioni rispettabili: la scelta compiuta da Berlusconi, (lasciare dopo l’ok al ddl Stabilità) però, ha una sua forza democratica che sembra sfuggita a molti osservatori. Quando il presidente del Consiglio affermava di voler «vedere in faccia i traditori» non diceva soltanto una frase forte, destinata a scaldare i cuori alla battaglia: diceva anche una verità democratica elementare. E cioè che ogni delega si basa su un rapporto di fiducia personale: dell’elettore verso l’eletto, del presidente del Consiglio verso i suoi ministri, del Parlamento verso il governo. Ci si guarda in faccia quando ci si stringe idealmente la mano con il voto, ed è giusto guardarsi in faccia anche quando si decide di rompere il contratto.

Così, nella testarda ostinazione con cui Berlusconi avrebbe voluto un voto esplicito delle Camere - «Se cado, sarà in Parlamento!» - non c’è nessuna arroganza del potere, né pulsione dittatoriale, né tantomeno perdita di senso della realtà. Il presidente del Consiglio sapeva benissimo come stanno le cose: ha voluto però giocare la partita a modo suo. Curiosamente, in quest’ultima occasione forma e sostanza convivono magistralmente: poiché i governi nascono in Parlamento con un voto, è lì che devono morire con un voto contrario. Lo dicevano i comunisti ai democristiani, e oggi Berlusconi lo ripete... ai democristiani.