Se certo clero

Rino Cammilleri

Chi mi conosce sa bene che il sottoscritto non è certo di quelli che gridano all’«indebita ingerenza» quando la Chiesa si esprime. Tuttavia sarà bene chiarire, se mai ve n'è bisogno, quale sia la differenza tra un cattolico laico e un clericale. Il secondo è uno che dà ragione sempre e comunque ai preti; il primo distingue: se il clero parla di cose di sua competenza, benissimo. Ma se scantona, no. Ora, è difficile non dar ragione a Sergio Romano quando, come ha fatto sul Corriere della sera di sabato scorso, ha praticamente detto al cardinal Martino di farsi i fatti suoi. Da cattolici quali siamo, raramente ci siamo trovati d’accordo con l’ex ambasciatore Romano quando ha parlato, per esempio, di storia del Messico senza neanche nominare la guerra dei Cristeros, o di storia della Vandea avendo cura di far l’equidistante dai tagliateste giacobini, oppure tutte le volte che, nel commentare cose riguardanti la Chiesa italiana, ha manifestato un laicismo non viscerale, certo (l’uomo è troppo signore), ma infastidito sì.
Eppure, rispetto alle prese di posizione del cardinale suddetto sui centri di raccolta degli immigrati clandestini nel nostro Paese, questa volta Romano non ha torto. Martino, in un convegno romano sul tema, aveva espresso giudizi di fuoco sui Cpt, che per lui sono «vere prigioni dove si violano sistematicamente i diritti dell’uomo». Sarà. Epperò, proprio su queste pagine, lo stesso sabato, il nostro Lorenzetto nella sua rubrica aveva riportato la testimonianza del celebre fotografo brasiliano Salgado, il quale aveva visto la brutalità della Guardia Civil spagnola con i clandestini alle frontiere africane ed aveva ciò contrapposto alla sollecita umanità dei poliziotti italiani coi disperati che sbarcano da noi. Certo, il cardinal Martino è responsabile del Consiglio per i migranti vaticano, perciò dovrebbe essere persona competente; ma, visto che c'era, poteva anche esplicitare meglio il suo pensiero e spiegare quali sarebbero, secondo lui, le «soluzioni alternative» che nel medesimo convegno invocava. Altrimenti la sua opinione non si discosta affatto da quelle dei no-global, degli anarchici e dei cosiddetti centri sociali in materia. È vero che il suo quasi omonimo collega Martini ci ha abituati a una certa qual simpatia nei confronti della sinistra; è vero che un bella fetta di clero italiano ha votato come ha votato alle ultime elezioni; è vero che l’Azione Cattolica milanese sul foglio diocesano invita a votare a sinistra nel prossimo referendum sulle modifiche costituzionali (a quanto pare, la «scelta religiosa» della benemerita associazione è ormai un ricordo); è vero che il cardinale di Milano, che noi si sappia, a tutt’oggi non ha preso le distanze dall'esternazione di cui sopra dell’Azione Cattolica; è vero che probabilmente non la prenderà, visto come la pensava quand'era a Genova ai tempi del G8. Tutto vero.
Tuttavia, gli uomini di Chiesa dovrebbero saperlo, che quando tifano per un lato scontentano l’altro; dovrebbero saperlo, che i cattolici stanno sia di qua che di là; dovrebbero saperlo, che i cattolici italiani tengono loro volentieri dietro sui princìpi che Benedetto XVI ha definito «non negoziabili»; dovrebbero dunque saperlo che la loro autorevolezza sta tutta nel parlare, evangelicamente, poco e lo stretto necessario, e che, anzi, guai se in certi casi non tuonassero. Dovrebbero infine ricordarlo, che quando si misero a disquisire sul rispetto al codice della strada, sul bere e sul pagare le tasse si tirarono dietro un coro di risate. Perciò, sommessamente, chiediamo loro di usare maggior circospezione con le esternazioni, se non vogliono che ci abituiamo, noi laici cattolici, a fare orecchie da mercante tutte le volte che aprono bocca.