Se il collante è il potere non può esserci «Fase 2»

Giancristiano Desiderio

Della cosiddetta Fase 2 (chiamata anche Topolino, Filippo e, se volete, Asdrubale) non si sa ciò che sarà ma solo ciò che non sarà: una cosa seria. Infatti, la maggioranza di governo (si fa per dire, sia per la maggioranza sia per il governo) divisa era e divisa rimane. Si dirà: allora, perché Prodi non cade? Semplice: perché l’Unione è divisa politicamente ma è unita dalla gestione del potere. Finora le cose sono andate così, ma ora anche il potente collante del potere comincia a dare segni di scollamento. Ds e Margherita cominciano a essere insofferenti nei confronti del Professore (il capo del governo più fischiato che si ricordi) soprattutto perché il calo dei consensi elettorali, certificato implacabilmente da tutti i sondaggi, colpisce il Partito democratico (che non c’è) e non la sinistra radicale (che c’è). Un problema serio, anzi il vero e unico problema che è all’origine della richiesta di Fassino e di Rutelli di avviare una nuova fase.
Cominciano a venire alla luce i limiti strutturali dell’Unione che sono essenzialmente due e l’uno è il rovescio dell’altro. Il primo è un presidente del Consiglio, investito anche di essere il leader della coalizione, che è un perfetto signor nessuno. Prodi, infatti, non ha alle sue spalle un partito, non esprime e non è espresso da una reale forza politica. Si tratta di una vera e propria anomalia: la vera anomalia della politica italiana. Gli stessi partiti del centrosinistra sono consapevoli dell’anomalia e hanno cercato di metterci una pezza con le cosiddette primarie (anche se non tutti, come si ricorderà, erano d’accordo) ma la toppa è stata peggiore del buco. Prodi continua a essere un signor nessuno e si può concedere il lusso di essere un premier irresponsabile perché non risponde in termini di consenso a un elettorato. Ma questo interesse del premier, che asseconda per stare in sella i desideri della sinistra radicale di Rifondazione, dei Comunisti italiani e dei Verdi, è in contrasto con l’interesse del fantomatico Partito democratico (Ds e Margherita) che si vuole proporre come forza moderata e riformista. E qui c’è il secondo evidentissimo limite del centrosinistra di casa nostra.
I post comunisti e gli ex democristiani non sono né riformisti né moderati (come diceva Gianfranco Pasquino al Giornale nell’intervista di Mario Sechi) o, quanto meno, la loro cultura riformista e moderata è fortemente minoritaria in un centrosinistra che è stato capace di trovare un accordo solo alimentando un tanto incivile quanto illiberale sentimento antiberlusconiano. Esiste una prova provata di questo deficit culturale: la stessa candidatura di Prodi a Palazzo Chigi. La scelta di Prodi da parte dei Ds e della Margherita non racchiude in sé una proposta politica (come dimostra la confusione dell’azione di governo), bensì la copertura di un vuoto, ossia dell’assenza di una leadership riformista. Prodi è solo un ripiego: rappresenta quel minimo comune denominatore che ha permesso al centrosinistra di ritrovarsi nell’Unione in nome dell’antiberlusconismo ma senza proporre al Paese un vero progetto politico-culturale. Tutti sapevano, anche Confindustria, che con queste fasulle premesse non si andava lontano e, anzi, si faceva fare al sistema economico un salto indietro. Ma tutti hanno fatto finta di niente. Ora che sono arrivati i fischi si finge stupore e si invoca la inesistente Fase 2 che se fosse stata una cosa seria sarebbe stata la Fase 1.
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