Se il «Corriere» fa la guerra al Colle

Se c’è stata una occasione in cui il presidente della Repubblica ha riscosso il plauso della stragrande maggioranza degli italiani, appartenenti ad entrambi gli schieramenti, è stato quando nella giornata della memoria ha rievocato la tragedia delle foibe. Il fatto che Giorgio Napolitano abbia finalmente riconosciuto che ci fu allora un «disegno annessionistico slavo», che i partigiani di Tito agirono con «furia sanguinaria» e compirono un vero tentativo di «pulizia etnica» nei confronti dei nostri concittadini delle province orientali è stato non solo un riconoscimento - sia pure tardivo - della verità storica e un doveroso atto di riparazione nei confronti degli esuli, ma anche un gesto di orgoglio nazionale che non tutti si aspettavano da un ex comunista che faceva già politica quando il suo capo di allora, Palmiro Togliatti, tifava per la cessione di Trieste alla Jugoslavia. È stato un discorso nobile, coraggioso, che non modifica ovviamente la realtà sul terreno, ma ha sanato una ferita ancora aperta della politica italiana. Sembrava che, ad avere qualcosa da ridire, ci fossero solo pochi ultra della sinistra. Ma l’altro ieri, alle voci critiche si è aggiunta, del tutto inaspettatamente, quella di un autorevole commentatore di area centrista, l’ambasciatore Sergio Romano: nel rispondere a un lettore nella sua rubrica sul Corriere della Sera ha sostenuto che il Capo dello Stato, per fare piacere agli esuli sia stato indotto a «dire qualche parola più del necessario». Nel felpato linguaggio della diplomazia, ciò significa che Giorgio Napolitano ha inutilmente provocato i nostri vicini croati e sloveni, e che tutto sommato questi hanno avuto ragione a reagire nel modo in cui hanno reagito. Secondo Romano, infatti, Zagabria (e, in una fase successiva, anche Lubiana) possono avere pensato che il discorso del presidente fosse il preludio per una richiesta di revisione del Trattato di Osimo, magari addirittura con qualche rivendicazione territoriale, in vista della fase cruciale della trattativa che dovrebbe portare all’ingresso della Croazia nell’Unione europea.
Il ragionamento dell’ambasciatore è francamente sconcertante, visto che perfino l’Unione europea ha ritenuto necessario stigmatizzare le parole del presidente croato Mesic, che aveva addirittura accusato Napolitano di «razzismo» e di «revanscismo». Tenuto conto che il Trattato di Osimo del 1975 fu una capitolazione dell’Italia di fronte al maresciallo Tito, dovuta al complesso delle circostanze interne e internazionali di allora, e che avremmo potuto benissimo denunciarlo, in base al diritto internazionale, al momento della dissoluzione dell’ex Jugoslavia, Croazia e Slovenia dovrebbero essere grate all’Italia per la moderazione (a nostro parere, eccessiva) con cui si è comportata in questi anni. L’unica cosa che abbiamo chiesto loro, oltre al riconoscimento dei diritti della nostra ormai sparuta minoranza, è stata la restituzione dei beni confiscati ai 350.000 italiani costretti all’esodo, senza ottenere soddisfazione. La Slovenia si è limitata a ottemperare, dopo molta resistenza passiva, alle disposizioni europee, la Croazia ha addirittura messo in atto una arbitraria discriminazione nei nostri confronti per quanto riguarda l’acquisto di beni immobili. Politici e giornali croati non hanno perso occasione per attaccare l’Italia in maniera anche volgare, come quando il presidente Ciampi ha conferito la medaglia d’oro alla città di Zara, mentre il nostro appoggio alla domanda di adesione croata alla Ue non è mai stata ripagato come avremmo avuto diritto di attenderci. Chiedere revisioni territoriali non è mai passato per la mente neppure al governo di centrodestra, figuriamoci a quello di centrosinistra.
Ciò premesso, come si fa a sostenere che Napolitano ha detto «qualche parola più del necessario»? Abbiamo denunciato, e continuiamo a denunciare, i crimini di Hitler e di Stalin, e non possiamo denunciare i massacri dei nostri connazionali ad opera di Tito? Perché dobbiamo avere tanti riguardi per le ipersensibilità nazionaliste di nostri vicini, cui avremmo anche altre cose da rimproverare? Invece di giustificare il signor Mesic, come ha l’aria di fare Romano, dovremmo piuttosto trarre le logiche conseguenze dal suo comportamento: assicurarci che la Croazia, con i suoi molti scheletri nell'armadio e il sistematico rifiuto di riconoscere i propri torti, sia davvero matura per entrare nella Ue.