Se Cossutta dà ragione a Berlusconi

Paolo Armaroli

Ogni volta che Berlusconi afferma che ancora ai giorni nostri lo spettro del comunismo purtroppo si aggira in Italia, il centrosinistra insorge indignato e qualche alleato di centrodestra non nasconde le proprie perplessità. Fatto sta che un personaggio insospettabile come Armando Cossutta, gratta gratta, dà pienamente ragione al Cavaliere. È vero che il presidente dei Comunisti italiani, pur di formare una lista Arcobaleno volta a superare la soglia di sbarramento prevista dalla legge elettorale in via di definitiva approvazione, si è dichiarato disponibile ad abbandonare la falce e martello e ha dovuto riconoscere, sia pure a denti stretti, che il comunismo è morto. Ma poi è stato costretto a fare una repentina marcia indietro per le violente critiche piovutegli addosso dal suo partito.
Cosparsosi il capo di cenere, come ai bei tempi (si fa per dire) Cossutta ha fatto così autocritica, a riprova che il «contrordine compagni» da quelle parti è sempre di moda. Dopo aver detto che «nessuno pensa di rifare un partito comunista, il comunismo non c'è più», si è corretto compiendo una giravolta che ha dell’incredibile. Ha infatti precisato - papale papale - quanto segue: «Intendevo dire che oggi il Pci non c’è più e non si può rifare: i comunisti di oggi si devono cimentare con la storia di oggi. I miei solerti critici stiano tranquilli. Il comunismo c’è ancora e ci sarà sempre, perché sempre ci sarà bisogno di uguaglianza e liberazione». Con queste ultime due parole Cossutta fa una capriola degna di miglior causa. Uguaglianza e liberazione? Non scherziamo. No, il comunismo ha prodotto solo fame e oppressione ovunque è riuscito ad andare al potere con le buone o, più spesso, con le cattive.
Dunque, secondo Cossutta, il comunismo non è morto. E, per di più, in Italia i comunisti sono vivi e vegeti in gran quantità. C'è Rifondazione comunista, guidata da Bertinotti. Ci sono i Comunisti italiani, capeggiati da Cossutta e Diliberto. E ci sono i Postcomunisti di Fassino e D'Alema. Che, come le imprese che hanno dichiarato fallimento, si sono rigenerati sotto altri nomi. Così il Pci prima si è trasformato in Pds e poi in Ds. Se il partito ha cambiato per ben due volte denominazione, resta il fatto che lo stato maggiore e i seguaci sono più o meno quelli di una volta. A questo punto non è azzardato evocare Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Alle volte capita di dover cambiare tutto perché tutto resti come prima.
Naturalmente Romano Prodi questi partiti se li tiene cari cari, perché sa che senza di loro mai e poi mai potrebbe tornare a vincere le elezioni. Un giorno sì e l'altro pure, il Napoleone delle Primarie lancia il medesimo grido di battaglia: «Tutti uniti, tutti uniti, tutti uniti». Sarà per questo che dopo aver insediato un’infinità di commissioni nella sua fabbrica bolognese con il compito di elaborare un programma di governo salvifico, Prodi non va oltre alle solite brevi considerazioni sull'universo. Polvere negli occhi e nulla più. Perché ogni volta che partorisce un’ideuzza, deve rimangiarsela per non sfasciare una coalizione che si tiene con lo sputo. Il bello è che tutta questa bella gente trova da ridire sul fatto che la Casa delle libertà non esclude accordi con Alessandra Mussolini e con Pino Rauti. Ma, allora, che cosa direbbe se facessero parte integrante del centrodestra Rifondazione nazista, Nazisti italiani e Postnazisti? Scoppierebbe la rivoluzione. Loro possono, gli altri no. Due pesi e due misure, insomma. Non solo, ma pretendono di insegnare a Berlusconi e ai suoi alleati che cos'è la democrazia e come la si deve praticare. Quando si dice: «Facce di bronzo».
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