Se crollano anche gli ultimi feudi rossi

E così adesso serve, anzi no, urge, un surplus di fantasia. L’ultima trovata è di Enrico Letta, che proprio creativo non pare, ma insomma ci prova: «Non è più il caso di dividere tra destra e sinistra», ha detto ieri nel disperato tentativo di recuperare consensi in vista delle elezioni amministrative di giugno. Avrebbe dovuto dirlo magari prima a Dario Franceschini il suo segretario, che invece sempre di più insiste nella strategia antiberlusconiana («In Italia ci sono le leggi razziali» è stata una delle ultime uscite).
Ma tant’è. «Ci sono tre segmenti politici: progressisti, moderati e populisti - s’è arrampicato l’ex numero due di Romano Prodi - la forza di Berlusconi è riuscire a mettere assieme la maggioranza dei moderati e dei populisti». Il Pd, ha avvertito, deve invece tentare di «unire moderati e progressisti». Come è accaduto con la vittoria in Trentino, esperienza che, ha ammesso Letta: «È per noi un faro nella notte». Che di buio pesto si tratti, lo aveva annunciato senza troppi fronzoli già un paio di settimane fa il deputato dalemiano Paolo Fontanelli, responsabile nazionale enti locali del Pd: su 50 province governate dal centrosinistra, aveva detto, 25 sono a rischio. Zone a rischio? Il Nord, ma anche il Sud e pure il Centro, feudi rossi compresi. Da allora la situazione non è migliorata, anzi. Per quell’atavica attitudine del centrosinistra a farsi del male da sé, le beghe interne a livello sia locale sia nazionale hanno peggiorato il dato: le province a rischio ora sono 27.
La mappa del rischio è un bollettino di guerra. Al Nord, tra Piemonte, Lombardia e Veneto sono 11 le Province uscenti di centrosinistra. Il Pd teme di perderne otto a partire dalle più importanti, Milano e Torino, ma rischia di dover rinunciare pure ad Alessandria, Biella, Novara, Verbania, Lecco e Lodi. Fra il Centro e il Sud traballano Frosinone, Avellino, Salerno, Napoli, Bari, Brindisi, Lecce, Taranto, Chieti, Teramo, Ancona. Con l’aggiunta fresca fresca di Crotone, dove proprio ieri, alla presentazione delle liste, ha scoperto che i candidati del Pd sono ben tre: l’ultima lista depositata si chiama «Compagnia dei Democratici», e chissà se il riferimento alla «Compagnia delle Indie» è solo un’involontaria ironia. Non va meglio alle Comunali, ché neppure Firenze e Bologna sono più un rifugio sicuro, con un solo punto di distacco fra il Pd e il Pdl. Così, mentre ieri Letta consigliava alla nave del Pd di sfidare nebbie e mare in tempesta puntando la prua sul faro delle montagne trentine, in giro per l’Italia altri tentavano altre vie. Un’occhiata alle liste per capire. A Milano il presidente uscente e ricandidato Filippo Penati nella lista civica che porta il suo nome ha schierato, fra l’altro, il critico d’arte ed ex assessore comunale alla Cultura Philippe Daverio e Benedetta Tobagi, figlia di Walter, il giornalista del Corriere della Sera ucciso dalle Br nell’80. Una candidatura che si lega idealmente a quella, per il Comune di Pescara, di Marco Alessandrini: avvocato 38enne, sostenuto dal centrosinistra, è il figlio di Emilio, il magistrato assassinato nel ’79 da un commando di Prima Linea.
Sforzi che non riescono però a compensare lo sbando. Ai tanti ex Ds passati con la Sinistra e ai troppi esponenti Pd che al Pd hanno deciso di fare la guerra alle amministrative, si aggiungono quelli che piuttosto che Franceschini, allora Berlusconi. Come è successo a Nepi, comune della Tuscia, nel Viterbese: il sindaco uscente, eletto a suo tempo col centro sinistra, tenta il bis, ma col Pdl. Per sfidarlo, Pd e Idv si sono affidati a un ex militante di Forza Italia.
paola.setti@ilgiornale.it