Se tra cultura e cucina non c’è più differenza

Caro Granzotto, anche se in quanto Rettore Magnifico del Circolo del Tavernello lei da qualche tempo latita, deve sapere che i suoi adepti seguitano la predicazione e la pratica della way of gatronomic life tavernellese. Nel corso delle ferie estive - trascorse in località ahimè alla moda - io e la mia famiglia abbiamo facilmente resistito alle lusinghe dei numerosi ristoranti e hosterie con l'acca che proponevano gastronomie etniche, fusion, ristrutturate, destrutturate, riviste, decalorizzate, sperimentali e all'avanguardia. Abbiamo però scoperto modeste trattorie e mescite con uso di cucina dove venivano serviti piatti tipici del luogo (quelli «del territorio»), dell'ottimo pane, ingrediente sempre più difficile da trovare, nei ristoranti, allo stato naturale, ma immancabilmente propinato alle noci, alle olive, al pomodoro, ai babagigi eccetera (o, per continuare ad essere à la page, «e quant'altro»), ottimo pesce, ottimi formaggi e buon vino senza che costasse 40 euro alla bottiglia. Ciò che mi ha colpito è che quei luoghi erano frequentati solo dai locali. Salvo noi, non un turista vi metteva piede preferendo evidentemente i ristoranti dove ti servono cose molto elaborate, pappine molto colorate. A prescindere che ciò smentisce la condizione indigente dell'italiano medio (in quei ristoranti il conto a persona equivale a quanto io pagavo per quattro), come spiega la predilezione della maggioranza per cucine così sofisticate e arzigogolate?
Ludovico Bonacci e-mail

Primo, mancanza di personalità. Chi si imbranca, chi segue le mode, chi solo pronuncia la parola «tendenza» (un locale, un negozio «di tendenza»), manca o è fortemente carente di quell'insieme di cose, di quell'amalgama di carattere, gusti, preferenze, attitudini o vocazioni che rappresentano, appunto, la personalità. Secondo, da quando il cibo ha cessato di essere nutrimento - diciamo pure da quando la nostra esistenza non è più minacciata dalla fame, quella vera e tragica, ma caso mai titillata dall'appetito - zacchete, è diventato «cultura». Ed è comprensibile che un popolo di ciucci, di ignorantoni, provi soggezione di fronte alla maestà della cultura, foss'anche la cultura del soffritto. Per certa gente, dunque, fra il masticare una fetta di lardo di Colonnata (presidio Slow Food, per favore) e leggere la Divina Commedia non c'è differenza. Tra una cena da «Aimo e Nadia» (dove ogni portata «invita i sensi, le percezioni, l'intelletto a farsi catalizzatori d'un cambiamento profondo, così che il corpo e la mente accolgano il cibo, nutrimento di nuova specie, medium a sua volta di ulteriore processo di svuotamento, ricco d'un piacere non banale, non riduttivo, non costipato, ma generoso, pronto a dar luogo ad ulteriori intenzioni di senso e di attività») e una laurea in filosofia, uguale.
Intanto prenda nota, caro Bonacci: grazie ad un articolo di Licia Granello su Repubblica, sappiamo con qualche anticipo quale sarà la vera botta culturale della stagione autunno-inverno. È pronto? Riso al nero di seppia con ostriche e caviale Beluga. Una sciocchezzuola messa in pignatta dallo chef Massimo Bottura del ristorante «La Francescana» - povero San Francesco - di Modena. Sciocchezzuola che Enzo Vizzari, curatore della guida gastronomica dell'Espresso, non teme di definire «il piatto più conturbante dell'anno». Legga bene, Bonacci: oltre alle ostriche il caviale, ma non un caviale di seconda: Beluga. Roba che nemmeno Putin. (Esorcizzerò quella roba lì andando a trovare l'amico e corrispondente Mansueto Bassi, di Mantova. Mi ha promesso un risotto «alla pilota», specialità mantovanissima senz'ostriche, caviale e champagne. E anche qualche fetta di polenta col grass pistà, roba che magari non conturba, ma i baffi, quelli te li lecchi).