Se D’Alema è costretto a fare il simpatico

Massimo D’Alema che vuol passare per simpatico suona come Penelope Cruz che cerca di passare per Gattuso con l’accento spagnolo: un’eversione schizofrenica della natura, una sfida persa in partenza. Max, un mix insopportabile (ma davvero ben riuscito) tra le arroganze di Schumacher, Baricco e Fabio Capello, ha deciso che dopo 59 anni di scalata nell’empireo degli antipatici è giunta l’ora di tendere la cesarea mano al popolo. Poi eventualmente se la pulirà nel fazzoletto di batista...
L’Operazione Simpatia prende il via dal sito del lìder Massimo, www.massimodalema.it. Nella sezione «Cose mai viste», sotto il banner che ritrae i mitici mustacchi, ecco una galleria di fotografie buffe. Addio al D’Alema impeccabile dalla cravatta alle Tod’s. Ora Max strabuzza gli occhi, zittisce i giornalisti, mima un binocolo, si svacca sul divano di Palazzo Chigi. Una sagoma. Il lifting all’immagine dalemiana viene completato dalle didascalie dei lettori: «un fumetto politico scritto da voi» con commenti tipo «Insostenibile pesantezza dell’essere» per la foto con Follini e Boselli o «Il cielo è sempre più blu» per uno sguardo all’insù. La simbiosi con la base è completa.
Insomma, «se fossi più simpatico, sarei meno antipatico», recitava Petrolini. Che poi cantava pure «se fossi un gran ministro, sarei un cattivo acquisto», ma vabbè. Il discorso è che per redimere una vita da «sprezzante e saccente», come lo definì Luca Ricolfi, non basta uno scatto burlesco messo on line a denti stretti. Perché sulla genuinità di questi slanci autoironici è lecito dubitare. Chi nasce quadrato non muore tondo.
E Massimo non è quadrato. È tetragono. Quando Striscia la notizia lanciò il tormentone del fù-fù (il suo tic di soffiarsi alternativamente sulle mani), l’ex premier reagì stizzito: «Facile demonizzare gli avversari con le tv». Poi evidentemente i suoi familiari devono aver ricominciato a invitarlo alle cene di Natale mossi da naturale simpatia per quel gesto e allora, forzandosi, Massimino addirittura ci scherzò sopra. Però, quando si prende in giro, mica gli viene naturale. Ammicca, ma si vede che soffre come un operaio dell’Ilva che vota per Colaninno. Baffino è pur sempre quello che, quando circolava il suo nome per il Quirinale, disse: «Non mi interessa, sto leggendo un libro su Omero, ho da fare».
D’altronde, i cultori della politica politicante lo adorano così, disumano. Non hanno bisogno di un nuovo Sbirulino: già c’è Veltroni che fa ridere. I veri nostalgici della sinistra vanno in sollucchero quando un giornalista gli chiede «posso farle una domanda?» e D’Alema lo gela: «L’ha appena fatta». Esultano quando definisce causticamente Brunetta «energumeno tascabile» o quando si vanta che «il Pd rappresenta la parte acculturata del Paese, chi legge libri». Lui, il «timido che fa l’antipatico», è stato messo sul piedistallo non perché è considerato uno statista (ha fallito al governo, nella politica estera, nella bicamerale), ma perché incarna la sinistra alla Nanni Moretti: velenosa, misantropa, presuntuosa e per questo irresistibile. Ma non incline allo scherzo. Quando Forattini lo disegnò intento a sbianchettare i nomi del dossier Mitrokhin, la prese con tanta filosofia che gli chiese tre miliardi di danni. E quando quest’estate un fotografo lo immortalò mentre cadeva dal canotto, lui parlò di «foto taroccata».
Ecco, il D’Alema vero è questo. Ma piace solo all’intellighentzia che urla «reagisci, dì qualcosa di sinistra!» ma non porta voti. Quindi meglio fingere di sorridere per le espressioni curiose. Magari cercando di far dimenticare quando augurava a Berlusconi «di finire sotto i ponti» e segretamente pensava - come Oscar Wilde - che «se ci fosse meno simpatia al mondo, ci sarebbero meno guai».