Se il diavolo ha un cuore La F1 diventa un giallo

"Se il diavolo ha un cuore", un romanzo scritto vivendo dietro le
quinte del grande Circus. Un grande del passato che torna a correre e un
gruppo terroristico che studia un attentato

PROLOGO

Fine novembre 2006, Barcellona
Il computer era acceso. La luce artificiale di una mail illuminava la stanza scura. Di lato, sulla vecchia scrivania, l'Ibm portatile sembrava una busta appena aperta mentre un insieme di pixel bianchi e neri sostituiva l'umanità dimenticata di un pezzo di carta. Luiz si avvicinò per rileggere un’ultima volta le poche righe sullo schermo retroilluminato. E scosse la testa.
Sarei un folle se accettassi di ritornare, ma non sarei io se rifiutassi di rimettermi in gioco.
Il pensiero lo trafisse nella sua banale franchezza. Era come se una verità pericolosa e al tempo stesso affascinante gli stesse porgendo la mano, invitandolo a seguirla, incurante dei rischi a cui si sarebbe esposto, dell'umiliazione che avrebbe subíto se qualcosa fosse andato storto.
Ma era più forte di lui.
Sospeso e prigioniero nel buio non poteva fare a meno di guardare quella luce bianca del computer trasformarsi nell'uscita di una galleria inquinata dai pensieri.
Doveva solo farsi prendere per mano e dirigersi verso di essa.
In fondo era semplice, bastava digitare due parole sulla tastiera e infischiarsene di ciò che il mondo avrebbe pensato.
Decise di farlo.
«Ok» scrisse per liberarsi dal macigno che l'opprimeva, «accetto».
Il rumore sordo che seguì spense la luce in fondo al tunnel. Luiz richiuse di scatto il monitor del portatile e con esso la possibilità di cambiare idea.
Ai milioni di euro appena spesi per quel sì, alle spiegazioni da dare ai tifosi, a tutto avrebbe pensato poi.
Da un'altra parte nello stesso momento, il suono di un campanello elettronico segnalò l'arrivo di una mail.
L'uomo si alzò avvicinandosi alla scrivania.
Con un dito sfiorò la tastiera del piccolo portatile giapponese e lo schermo tornò ad illuminarsi. Cliccò due volte e la lettera si aprì.
C'era la risposta che aspettava.
E un sorriso aprì una crepa nel muro del suo viso.

7 gennaio, Beachy Head,
ore 8,55


(...) Magda guidava rilassata perdendosi con lo sguardo nell'azzurro del cielo. Attorno, lungo la stradina costiera, tutto sembrava animarsi di vita propria spinto dal vento e dagli spruzzi bianchi delle alte onde che cento metri sotto sbuffavano sugli scogli. Si sentiva libera e leggera, come se stesse scendendo in spiaggia con infradito, borsone a tracolla e posto già pronto fronte mare. A infastidirla, c'era solo il lontano pensiero di Rig e della commissione da fare per lui.
Passò accanto a un uomo che guardava il panorama, tenendo in mano una specie di telefonino. Fu allora che in lontananza notò una nuvola di polvere che avanzava nel senso opposto. Superando l'uomo aveva pensato sorpresa che in quella zona non c'era campo, per cui era perfettamente inutile provare a telefonare.
Strana gente e che strano affollamento: prima un romanticone che osserva il mare poi l'auto...
Ormai stava per arrivare alla curva sul promontorio. Era il punto più bello, ma anche il più vicino allo strapiombo. La strada girava al largo, a circa una quindicina di metri e Magda conosceva alla perfezione quel punto. Toccò leggermente i freni e lasciò che il motore scendesse di giri. Dall'autoradio, le note di It's a kind of magic, un vecchio tormentone dei Queen, l'accompagnavano dandole la sensazione di essere anche lei un po' magica. La bacchetta si era posata sulla sua testa e oplà, It's a kind of magic...
«Ma che faaa?».
L'urlo disperato si spense come in un film muto. Il bianco e nero s'impadronirono di tutti i colori. Magda ebbe solo il tempo di attaccarsi al volante, nel tentativo di evitare la station wagon uscita dalla nuvola di polvere.
D'istinto sterzò verso sinistra ma anche l'altra vettura fece lo stesso. Fu costretta a correggere verso destra, andando a fermarsi col muso a un paio di metri dallo strapiombo.
Solo allora Magda si appoggiò al volante lasciandosi avvolgere da un senso di torpore. Mentre i riccioli biondi le macchiavano d'oro le spalle, sentì delle voci provenire da fuori l'abitacolo. Nella nuvola di polvere in cui era piombata non riusciva a vedere nulla. Avvertì solo degli scossoni. Qualcuno stava strattonando la maniglia della portiera.
Dio ti ringrazio che sia andato tutto bene... ma questo imbecille qui?... Adesso chiamo Rig, chiamo Tiffy, adesso...
Magda era un turbine di pensieri. Spostò i capelli di lato e si voltò guardando verso il finestrino. Nonostante lo spavento aveva voglia di sorridere, perché era viva, non si era fatta nulla, non era in anticipo sulla vita.
Perché morire giovane sai che beffa sarebbe stata per me ritardataria cronica.
La portiera venne aperta e lei fece per scendere con il desiderio immenso di guardare in faccia l'imbecille dell'altra vettura.
Vedrai che è una donna, vedrai...
Non vide e non disse nulla.
Una mano brutale la prese a schiaffi, un'altra l'afferrò per i capelli, imbavagliandola con del nastro isolante. Poi la tirò fuori di peso dall'abitacolo come una bestia al guinzaglio.
Magda cadde, prima in ginocchio, poi faccia a terra, nella polvere. Una mano possente le teneva la testa premuta. Sentì parlare in un lingua sconosciuta e dai rumori s'accorse che qualcuno stava armeggiando con la sua macchina. Due figure con la testa nascosta da calze di nylon le si avvicinarono. Con gli occhi a filo terra a Magda parvero giganti. Uno si chinò su di lei e un pugno deciso in mezzo agli occhi le chiuse il mondo attorno. Un fazzoletto intriso di cloroformio fece il resto.
Fu meglio così. (...)