Se dimenticare Vicenza è impossibile

Arturo Gismondi

Quella di due giorni a Roma, dove si riuniva l’assemblea annuale della Confindustria, è stata una giornata difficile: lo è stata per il presidente Luca di Montezemolo, che ha rivissuto a tratti il clima della assemblea di Vicenza di qualche mese fa. Lo è stato per Prodi e i ministri del suo governo, che hanno vissuto con imbarazzo l’accoglienza fredda riservata loro dalla platea degli industriali.
Della giornata romana hanno detto due giornali, distintisi (l’uno da sempre, l’altro in modo particolare negli ultimi mesi) in un appoggio al centrosinistra rivelatosi alla prova dei fatti sconsiderato. La Repubblica, in un articolo di Alberto Statera titolato «Il cuore dell’impresa batte ancora a destra» scrive che «dimenticare Vicenza è difficile per Luca di Montezemolo, e per chiunque abbia occhi per vedere e orecchie per sentire, perché Vicenza è qui...». Sul Corriere della Sera più pudicamente si nota che la standing ovation è tutta per Gianni Letta, che il cuore e gli applausi sono a destra, ma si precisa anche, andando al sodo, che i punti sui quali il centrosinistra non può divagare sono stati indicati dal presidente degli industriali: non distruggere tutto ciò che è stato fatto «solo perché è stato fatto da altri», la legge Biagi serve allo sviluppo del Paese e dell’occupazione, i discorsi di Visco, come ogni accenno a un incrudimento delle tasse suscitano allarmi e opposizioni.
La cattiva accoglienza a Prodi, e la freddezza che ha accolto il ministro Bersani, sono il prodotto di una delusione che ha accompagnato il dopo-voto, le vicende che hanno presieduto alla formazione del governo, «spacchettamenti» inclusi. Si sono aggiunti subito dopo irritazione e allarmi per la grandinata di esternazioni e di pessimi propositi rivelati dai nuovi ministri, una sorte di tabula rasa, come il mondo avesse inizio con loro, e dunque no al Ponte, no alla Tav, no alla legge Biagi e alla riforma della scuola, via libera alla immigrazione clandestina, alla droga e alle tasse, e in più gli abbasso Bush e i viva Castro messi lì, per sovrammercato, dal ministro dei Trasporti. Tutte cose destinate a non piacere a chi ha come compito di investire, di inventare, di far marciare l’economia e sa che può farlo solo in un Paese ispirato alla democrazia liberale, ove le leggi di mercato non sono indicate come causa di miseria ma, al contrario, come viatico per lo sviluppo.
Gli umori rivelati dall’assemblea, a dirla tutta, hanno però ragioni che risalgono ancora più indietro nel tempo. Di qui il richiamo, d’obbligo, al precedente della assemblea di Vicenza. È ben presente e non solo al mondo degli industriali, ma al mondo dell’impresa in genere, l’atteggiamento incline a sinistra dell’establishment, ormai più finanziario e bancario che industriale, degli ultimi anni. Forse, dalla successione alla presidenza di D’Amato con Luca di Montezemolo. La fila dei grandi banchieri alle elezioni primarie indette dalla sinistra per Prodi, l’atteggiamento dei giornali di proprietà industriale sono esempi di un percorso concluso con la chiamata al voto per il centrosinistra di Paolo Mieli sul Corriere, che è pur sempre il giornale che riunisce, nel patto di controllo della proprietà, il gruppo di testa dell’imprenditoria italiana.
Si è trattato di una linea politica fallimentare, allo stato dei fatti, e alla luce del voto, soprattutto al Nord che ha sconfitto l’Unione e ha riportato al primo posto fra le forze politiche la Casa delle Libertà e Forza Italia. Le vicende di questi giorni, la linea imboccata dal governo, i propositi di Visco sulle tasse, le stravaganze pericolose di altri ministri sono il risultato della composizione della maggioranza, della presenza in essa di due partiti dichiaratamente comunisti, e di un altro, il maggiore, composto di eredi del comunismo.
Il gruppo di testa che guida o crede di guidare il capitalismo italiano, se ne trova qualche cenno nell’articolo di Paolo Mieli, confidava nella saldezza dei Ds e della Margherita risultati, guarda caso, fra i più penalizzati dal voto elettorale. I Ds hanno perduto un buon 5-6 per cento rispetto al voto delle Regionali, la Margherita un po’ meno, secondo le dimensioni. Al contrario, ma era perfettamente prevedibile, il voto ha premiato e dato vigore alle forze della sinistra alternativa che hanno, nelle loro frange extra-parlamentari, aree inquietanti delle quali gli attuali parlamentari debbono tenere il debito conto.
La linea attuale del governo, le esternazioni dei ministri comunisti, di Verdi e associati, sono il risultato di un’operazione politica che né la stampa portavoce dei grandi interessi economici, né gli strateghi degli interessi che si sono mischiati nella partita hanno saputo capire e prevedere. Di qui lo smarrimento attuale che tocca a Luca di Montezemolo, secondo alcuni più coinvolto che colpevole del pasticcio, governare.
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