Se il diritto di sciopero diventa un obbligo

Caro dottor Lussana, con sorpresa preoccupante ho appreso la notizia del deferimento di alcuni giornalisti ai probiviri dell’Associazione di categoria per non aver partecipato allo sciopero indetto dai loro colleghi il primo e l’8 novembre. Sorpresa, perché i rappresentanti della stampa dovrebbero essere assolutamente liberi, ed i loro esponenti non mancano mai di rivendicarne i diritti (dei doveri è meglio non parlarne...), in specie sotto questo (mal) Governo che tende a soffocare ogni loro espressione! Preoccupante, perché se i loro dirigenti intendono la Libertà (che verosimilmente conquisteranno col nuovo governo dell’Unione) nel modo testè attuato, c'è veramente da mettersi le mani nei capelli, e non solo in quelli...
Quindi libertà si,ma di fare quello che liberamente impongono i sindacalisti dell’Associazione della stampa, tutti o quasi tutti fedeli ai dogmi del sano comunismo di cui è degno rappresentante il compagno Serventi Longhi. L’ottimo Sessarego si dice «allarmato» se questo è il punto cui siamo giunti nel nostro Paese. Io, per quel che conto e per le esperienze acquisite sul campo, mi dichiaro fortemente inquieto ed anche intimorito da questa strisciante e subdola sovietizzazione (o fascistizzazione, a piacere. Non dimentichiamoci del MinCulPop).
Pertanto spetta a Lei ed a quelli come Lei, caro Lussana, non mollare, stare bene all’erta e rintuzzare adeguatemente simili atteggiamenti che, se lasciati sviluppare, si estenderanno in altri settori della convivenza civile e saranno ben difficili da eliminare: nell’interesse non soltanto della libertà di stampa, sacrosanta e da tutelare sempre e comunque, ma soprattutto nell’interesse di tutti i cittadini, titolari del diritto costituzionalmente previsto di scioperare o non scioperare. Se il buon giorno si vede dal mattino... buona fortuna!