Se Draghi prende atto che il sistema Bankitalia ha cambiato fisionomia

Bruno Costi

Cesare Zappulli, che fu grande giornalista economico, senatore della Repubblica e gran liberale, amava dire con un certo gusto per il paradosso che l’unico modo per far andare l’economia italiana è di non governarla. C’era indubbiamente del paradosso in questa tesi, ma è un fatto che da quando il Paese è costretto a muoversi nei meccanismi, parametri, vincoli, convergenze, incentivi che danno corpo alla politica economica euroitaliana, l’Italia non cresce più.
L’economia italiana vive un momento difficile e di transizione, a metà del guado tra tentativo di riarmo dell’industria e realtà del disarmo della finanza. Diciamo subito che il riarmo dell’industria italiana, è intenzionale, non ancora reale. Viviamo una fase di ripresa economica congiunturale e di tenue vivacità delle esportazioni. Il Pil cresce forse al ritmo dell’1,5% ma il merito non è nostro. L’onda lunga della ripresa tedesca ed europea, sospinta dalla marea montante dei commerci mondiali, che crescono ormai da tre anni al ritmo medio del 6-7%, spingono gratis la scialuppa Italia, anche se a bordo quelli che remano sono poco più che la metà. Potremo approfittare dell’onda lunga, ripristinare, come ha ripetuto Mario Draghi, le condizioni favorevoli allo sviluppo dell’impresa, degli investimenti, della preparazione dei giovani; ridurre i tempi biblici della giustizia economica, civile e fallimentare, ridurre l’imposizione fiscale solo su chi esporta o dimostra di essere concorrenziale.
Potremmo convincere le piccole e medie imprese a unirsi salvandole dal garantismo dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori ed invece stiamo pensando di ripristinare le rigidità nel mercato del lavoro, bloccando anche grandi opere che non costano una lira allo Stato (il Ponte sullo Stretto). Orfani di grandi capitalisti e di grandi imprese che non siano a capitale pubblico (chi l’avrebbe mai detto?) potremmo liberare la forza creativa delle «nanoimprese» vogliose di fare ma impedite a farlo.
Ci vorrebbe un Governo che si prendesse cura di esse ed arrestasse il declino? Forse. Ma ci vorrebbe anche un sistema finanziario e creditizio armato, coeso e capace a questo fine. E c’era, ci sarebbe stato, potrebbe esserci se gli si desse il tempo di crescere per agguantare forza dimensioni sufficienti per non soccombere nel confronto con i colossi europei. Ma questo tempo non c’è più perché la politica italiana lo ha fatto scadere ed ha cambiato, non solo il governatore della Banca d’Italia, ma anche la banca stessa perché ciò accadesse.
Dobbiamo essere grati a Mario Draghi. Le sue prime lucide, asciutte, coraggiose considerazioni finali all’assemblea del 31 maggio hanno fatto capire al Paese con chiarezza che nel 2006 si è chiusa per sempre, dopo quasi mezzo secolo, una fase della Banca d’Italia, quella della progettualità, dell’indipendenza, dell’identità rocciosa nel confronto con la politica dei partiti che fu la prerogativa da Carli a Fazio, coerente alle leggi ed allo Statuto in vigore fino al gennaio di quest’anno. Una banca centrale poco malleabile, affatto accondiscendente a permettere che la grande finanza internazionale scendesse nel ricco mercato del risparmio italiano acquistandolo insieme alle sue banche. Qualcuno in Italia stava attuando un disegno diretto a creare grandi campioni nazionali del credito per poi lanciarli nelle acquisizioni europee anche al costo di imitare Parigi, Bruxelles, Madrid ed i loro protezionismi temporanei. Quei «campioni nazionali» avrebbero dovuto attivare la voglia di fare del capitalismo industriale la cui assenza è all’origine dell’attuale declino. E nulla toglie alla bontà del disegno se esso è inciampato nelle malefatte di qualche suo gregario.
Questo disegno, ci ha spiegato invece ruvidamente Draghi, è morto. Per le nostre banche è aperto il supermarket Italia. E con esso non c’è più nemmeno la Banca d’Italia che lo interpretava perché la legge sulla tutela del risparmio ha reso la Banca organo collegiale, con governatore a termine, poteri dimezzati in materia di vigilanza ed antitrust, ruolo quasi al pari di qualsiasi altra authority, se non fosse per lo straordinario patrimonio culturale professionale ed umano che custodisce al suo interno.
Il Governatore non ha colpe; è l’uomo di questa nuova stagione ed è sembrato dire quasi costernato: questa è la Banca d’Italia che avete voluto, io ne sono il pragmatico, nocchiero. Tornerò ad essere consigliere, non avrò alcun progetto per il Paese, non farò, come fece Fazio, la politica monetaria: mi limiterò a concorrere, a collaborare con voi del Parlamento e del Governo a definirla. Ma con voi chi? Questo è il dilemma. Draghi collaborerà ma non è chiaro chi avrà la capacità, l’intelligenza e la visione per ridefinire ed attuare un progetto che sia di interesse del Paese. Ed allora forse potremo sperare nella ripresa della progettualità.