Se al Ducale la cultura non parla solo a sinistra

(...) ma essendo semplicemente bravi scrittori, bravi teatranti, bravi attori, bravi cantanti, bravi giornalisti, non godono di tanta benevolenza gratuita.
Faccio anche un esempio per farmi capire meglio. A me, Maurizio Crozza non fa ridere. Al di là di qualche imitazione ben riuscita e, soprattutto, delle metafore del finto-Bersani - oggettivamente molto gradevoli - c’è roba che sarebbe vecchia e poco divertente, se non fosse che è anche di cattivissimo gusto: penso al Bossi sulla panchina. Così come non mi fa ridere Sabina Guzzanti e non mi fanno ridere tanti altri satiri che vanno per la maggiore. E, sia ben chiaro, non è che non mi piacciono a prescindere tutti quelli che sono di sinistra: Roberto Benigni è un grandissimo (comico e non solo) al di là delle sue idee politiche. Non mi interessa cosa vota; mi interessa che sia capace di farmi ridere e piangere, come lo è Benigni.
Ma, se devo scegliere uno per ridere davvero scelgo un «non allineato» come Checco Zalone, non certo Crozza che, ad esempio a Ballarò, ha una media di battute riuscite inferiore alla media punti di Cavasin alla Sampdoria. E inferiore anche a quella delle vignette raffinate di Vauro da Santoro. Il che è tutto dire.
Detto questo, però, il gioco «cultura di destra-cultura di sinistra» ha fatto il suo tempo. Soprattutto, è qualcosa dove il complemento rovina il sostantivo. La cultura è cultura e basta.
In questo quadro, Palazzo Ducale è una delle poche cose che funzionano a Genova. In mezzo alla cultura veterocomunista e ideologica proposta dall’assessore Andrea Ranieri, uno che è inadatto al suo ruolo anche solo per la difficoltà che ha di confrontarsi con tutto ciò che è altro da lui, dai suoi compagni e dal suo mondo - mentre la cultura, per definizione, è arricchimento nel confrontarsi - e alla mondanità un po’ modaiola della consulente del sindaco Margherita Rubino, il Ducale è una boccata d’aria pura. Anche perché, dopo una certa età, ad essere modaioli si rischia di apparire anche un po’ ridicoli.
E quindi, andiamo un po’ a raccontarvi - in ordine sparso, quasi seguendo il libretto con il programma stampato dalla Fondazione per la cultura - il lavoro di Luca Borzani e della sua fondazione. L’unico degno di essere valutato seriamente, insieme a quello di un imprenditore privato che rischia del suo come Vincenzo Spera, che ha allestito una stagione di musica leggera degna dell’eccellenza italiana. Ma, per l’appunto, l’ha fatto da imprenditore, mettendoci i suoi soldi e senza mungere alle casse pubbliche.
Borzani, invece, i soldi pubblici li prende. Però li usa bene. I numeri gli danno ragione (da settembre, ai convegni e ai dibattiti del Ducale hanno partecipato più di 15mila persone e anche questo è un numero che risponde alle leggi di mercato) e, soprattutto, tutto questo avviene con bilanci positivi. Un numero su tutti: grazie all’alleanza con Marco Goldin, Borzani è riuscito a portare a Genova mostre milionarie da centinaia di migliaia di spettatori a costo zero per le casse del Ducale. Ripeto: zero euro. Eppure, per quella che inizierà il 12 novembre ci sono 60mila spettatori prenotati, che hanno già pagato il biglietto per vedere «Van Gogh e il viaggio di Gauguin».
Certo, la mostra che costa quasi 5 milioni di euro è un po’ la punta dell’iceberg (e la metafora sarebbe perfetta anche per raccontare «Race-Alla conquista del Polo Sud» che è ospitata in questi giorni nel sottoporticato del Ducale). E, in mezzo a spettacoli straordinari come l’autoritratto al cavalletto di Van Gogh, Borzani ci infila anche roba che ci saremmo evitati ben volentieri come i dibattiti di presentazione dei numeri in uscita di Micromega e una serie di pensatori un po’ nichilisti, un po’ estremisti e un po’ laicisti.
Insomma, ci sono delle cadute di stile. Che però vengono superate da cicli come La più vuota delle immagini, dedicato alla morte. Ecco, credo che avere il coraggio di parlare della morte sia un incredibile atto di coraggio e il Ducale lo farà insieme a una serie di istituzioni, fra cui il Goethe Institut, che ospiteranno tre lezioni di Massimo Cacciari, di Giacomo Marramao e di Umberto Curi, un dibattito alla Facoltà di Architettura sullo sguardo architettonico su vita e morte e una rassegna di tre film che raccontano la morte al The Space Cinema del Porto antico. Certo, l’argomento non è dei più allegri o divertenti. Certo, a mio parere fra i relatori manca lo sguardo cattolico (pensate alla forza che avrebbe avuto l’inserimento di un grandissimo teologo come il cardinale Bagnasco fra i relatori). Certo, un film può piacere più o meno. Ma il punto è che parlare di un tema simile e con un programma così articolato in sette giornate diverse è certamente una scelta di cultura.
Vado avanti, raccontandovi fior da fiore, in un programma annuale che ha anche il grandissimo pregio della vista lunga, che permette già oggi di sapere di cosa si discuterà anche nel dicembre 2012. Ad esempio, una circostanza che mi piace moltissimo è la presenza di ben tre mostre fotografiche di livello, di quel bianco e nero capace di dare emozioni: Mario Dondero (già il suo Pasolini con la mamma vale la mostra), Mario Giacomelli con il suo girotondo dei preti e la Genova raccontata da Uliano Lucas, uno che ha segnato la storia della fotografia italiana moderna. E sono quasi macchie fotografiche, pur essendo quadri a tutti gli effetti, le opere di Yves Klein, con la sua «Rivoluzione in blu» che Sergio Maifredi con i suoi Teatri Possibili Liguria condirà come al solito di conferenze scientifiche internazionali, incontri, teatro e laboratori.
Altissima promette di essere anche la mostra «Genova, un porto per l’Italia» che racconterà le nostre banchine attraverso le opere di grandissimi pittori, da Turner a Kokoshka, da Klee a De Chirico e verrà realizzata in collaborazione con l’Autorità Portuale di Luigi Merlo. Una mostra che promette di lasciare il segno nella storia del Porto, oltre che in quella del Ducale.
E poi c’è un’altra mostra, più piccolina, più periferica, ma che promette benissimo. Ed è quella intitolata «Un’idea di Teatro, un Teatro di idee» che racconta i trent’anni di regia di Giorgio Gallione e del teatro dell’Archivolto, usando tutti i linguaggi a sua disposizione: letteratura e danza, teatro e fumetti, canzoni e arte, cinema e scenografie. Come se l’Archivolto fosse un piccolo Ducale o il Ducale un piccolo Archivolto.
Dalle mostre ai convegni, il risultato non cambia: a partire dal racconto con mostra e lectio magistralis di «Montale, la poesia e l’amore», firmato da Vittorio Coletti, che quando non si occupa di Berlusconi e Scajola, dà il meglio di sé. E poi i cicli che firmano il nuovo impegno congiunto di Ducale e della Fondazione Edoardo Garrone che, sotto la guida nobile di Duccio e quella operativa, straordinaria, di Paolo Corradi, firma una serie di cicli: da quello su «La città in evoluzione - Nuovi paesaggi, socialità, sostenibilità» alle sette lezioni di Filosofia «Luoghi comuni», sette parole assolute: vita, solidarietà, bellezza, felicità, potere, giustizia, sessualità.
Poi, ovvio, si passa attraverso il Festival della scienza (ma è quasi un piccolo particolare, in un programma così ricco e altro), per arrivare alle Lezioni di Storia della Feg e di Laterza: dopo la Genova antica e la Genova recente, a partire da dicembre, toccherà al tema «Noi e gli antichi», un viaggio nel nostro passato, dai greci ai latini, per cercare di avere più strumenti per capire il nostro presente e pensare al nostro futuro. Da non perdere, mentre a mio parere si può perdere qualcosa (non tutto) di «Come cambia la Terra», tre lezioni ambientali, organizzate anch’esse con la sempre più intraprendente Fondazione Edoardo Garrone, che conferma il suo ruolo di supplente di ciò che le istituzioni non riescono, non vogliono o non sanno fare: Luca Mercalli e Mario Tozzi funzionano benissimo in televisione. Ma ciò non significa che le loro idee siano degne del Nobel della climatologia e della geologia.
E sempre la Feg, stavolta insieme alla Fondazione Ansaldo, firma il ciclo «Sopravvivere alla crisi - Cause ed effetti dello tsunami economico», quattro incontri con economisti di fama. Il più interessante, certamente, quello con Giulio Sapelli, docente di storia economica all’Università di Milano. E la premiata coppia Garrone-Corradi, due ai quali dovrebbero fare statue nelle piazze per il ruolo culturale che hanno negli ultimi anni di Genova, collabora alla terza edizione de «La storia in piazza» che oggi è il più importante appuntamento italiano per quanto riguarda la storia e uno dei primi in Europa. Mica finita: è targato Feg anche un altro ciclo che, sulla carta, mi entusiasma, «Viaggiar per storie», conferenze, diari, racconti e letteratura sul tema del viaggio. Come metafora del percorso verso la conoscenza.
E ancora: «L’altra metà del libro», un festival letterario in cui gli autori raccontano i libri ai bimbi, curato da Albert Manguel, colui che leggeva i libri a Borges; il jazz che al Ducale è sempre più di casa; le 32 sonate per pianoforte di Beethoven curate dagli ottimi musicisti ed amanti della musica della Gog e, ovviamente, tutti i musei classici e sconosciuti di Genova.
Vi ho fatto un lungo elenco, magari a tratti un po’ sterile o noioso. Ma ne valeva la pena, perché è solo una parte di quello che andrà in scena al Ducale imbottito da Luca Borzani.
Non tutto questo mi piace, ma tutto questo mi stuzzica intellettualmente, anche solo per contestarlo. E devo dire che, per la concezione di cultura che ho io, questo è un esempio di cultura. Cultura vera, persino quando nasce con la kappa, ma riesce a perderla per strada.