SE LA FABBRICA PRODUCE MUSICA

Per qualcuno, segnatamente per chi non è abituato ad ascoltarla, la radio è archeologia industriale. Retaggio di un mondo ormai sorpassato e superato dalla velocità della televisione e del resto dei media. Ovviamente, chi è abituato a sentire la radio o anche semplicemente a leggere questa rubrica, sa che non è così. Che la radio è quanto di più moderno e vitale ci sia in giro. Anche e soprattutto quando parla di archeologia industriale.
Per esempio, come sta facendo in questi giorni con Fabbriche, il ciclo di Alle otto della sera in onda già da due settimane su Radiodue e che continuerà fino al 4 novembre, tutti i giorni, dal lunedì al venerdì, dalle 20 alle 20,30. Il programma di Antonio Galdo, curato da Giancarlo Simoncelli e con la regia di Angela Zamparelli è un perfetto esempio di storia sociale, quasi braudeliana, quasi stile Annales, degna di un corso universitario dedicato al fordismo, alle catene di montaggio e al mondo industriale ed operaio. Ma la bravura di Galdo sta nel fare un prodotto di valore universitario - aprendo anche molti archivi aziendali finora chiusi o quasi - senza essere pedante come alcuni docenti universitari. Anzi, riuscendo ad elaborare un prodotto dalle molteplici chiavi di lettura e capace di essere apprezzato da tecnici dell’Italia industriale, ma anche da chi non aveva mai sentito l’esigenza di documentarsi sul Lingotto Fiat o sull’Italsider di Bagnoli o sulle acciaierie di Terni, sull’Olivetti e sull’olivettismo di Adriano, sulla Falck o sulla Pirelli. O, ancora, sulla Barilla, sulla Piaggio o sulla Merloni. Ma anche su realtà diverse come l’Icmesa, con la tragedia della diossina a Seveso, sulle nuove frontiere del fitness e della ricerca estrema del benessere con la Tecnogym di Gambettola, fino alla Rai e all’Atesia. A cui, non a caso, è dedicata l’ultima puntata del ciclo, visto che si tratta del più grande call center d’Italia, fotografia del passaggio fra due mondi, dove i centralinisti vengono inquadrati con il contratto da metalmeccanico.
Insomma, Fabbriche è fatto davvero bene. E ci fa particolarmente piacere perché siamo al terzo-quarto ciclo particolarmente riuscito della stagione di Alle otto della sera, trasmissione su cui abbiamo particolarmente sparato da queste colonne perché ci pareva aver perso la connotazione con cui l’aveva voluta il direttore di Radiodue Sergio Valzania, per volare troppo alto con il rischio di schiantarsi spesso a terra. Invece, ora, siamo al proseguimento universitario dell’alfabetizzazione del maestro Manzi. Al ritorno di quella straordinaria stagione di una Rai davvero servizio pubblico.
Che, nel caso di Fabbriche, è diretto a tutti. «Quelli che hanno letto un milione di libri e quelli che non sanno nemmeno parlare» per dirla con La storia di Francesco De Gregori. E qui si chiude il cerchio con Braudel, Bloch, Febvre e le Annales. Chapeau.