Se il film è "religioso" c'è da pregare che arrivi nelle sale

Difficile dire cosa sia peggio: censura di Stato o autocensura? Il cinema e la tv sono paradigmatici. In Italia, in attesa della nuova legge promessa da Franceschini, vige ancora la revisione di Stato che influisce pure sui passaggi tv, dove però ciò che conta è soprattutto l'autocensura. E infatti, forse l'avrete notato, non esiste più nemmeno la satira. Ma tutto il mondo è paese e il politicamente corretto non conosce frontiere.

Arrivando a minare pure la libera Francia, la quale, impaurita dai recenti attacchi, sta però rispondendo con eccessiva sottomissione. La nuova parola è «deprogrammazione», che ha colpito film eterogenei come Made in France di Nicolas Boukhrief, il cui manifesto con il kalashnikov al posto della Torre Eiffel è scomparso, o Salafistes di François Margolin e Lemine Ould Salem, o il bellissimo Timbuktu di Abderrahmane Sissako, bandito dal sindaco della cittadina Villers-sur-Marne. Ma la censura, pure retroattiva, s'è appena abbattuta su Antichrist di Lars von Trier a cui la Corte d'appello amministrativa di Parigi, accogliendo il ricorso del gruppo cattolico Promouvoir, ha tolto il visto di proiezione, sette anni dopo. Dunque guai a toccare la religione, così nel 2010 l'irriverente cartoon South Park alle minacce di alcuni estremisti ha risposto inserendo un bip sulle parole del profeta Maometto. Parole, parole e parole... Celebre la querelle tra Spike Lee e Quentin Tarantino con il regista afroamericano che attaccò Django Unchained perché la parola «negro» veniva utilizzata 38 volte. Poco importa se filologicamente era corretto, visto il periodo storico. Sempre Spike Lee si è recentemente scagliato contro i prossimi Oscar perché tutti i candidati sono bianchi. L'Academy, invece di rispondere che tutti i colori sono uguali, in pratica ha detto che, dopo le quote rosa (esiste anche il cosiddetto Bechdel Test per capire il grado di sessismo in un film), ci saranno anche quelle nere. United Colors of Politically Correct.