Se la finanza cattolica lombarda lascia al verde il centrosinistra

No, non è un’intervista quella a Giuseppe Camadini uscita giovedì 10 aprile su Tempi, settimanale distribuito insieme a questo quotidiano. È una conversazione. Ma fa rumore perché il notaio, anzi il Notaio come lo chiamano a Brescia, è persona di assoluto riserbo. In cinquanta anni le sue uscite pubbliche si contano sulle dita di una mano e tutte su questioni strettamente connesse ai ruoli da lui esercitati.
Riservato come diverse persone dalle sue parti, della sua generazione e del suo rango, per esempio Giovanni Bazoli con cui, al di là di tutto, condivide profondamente l’impostazione rigorosa del cristianesimo lombardo, Camadini è stato uomo centrale della finanza cattolica (lui contesta in parte questo termine): quella nata tra fine ’800 e inizi ’900 anche in risposta a un laicismo discriminatorio che veniva affermandosi nell’Italia post risorgimentale. Finanza cattolica che tenne a battesimo il Banco San Paolo a Brescia, il Banco Ambrosiano, la Cattolica assicurazioni. Realtà in parte in via di superamento ma che si intreccia ancora a tante istituzioni di cultura e presenza religiose. Che ha avuto un grande punto di riferimento nel Papa Montini, bresciano e arcivescovo di Milano, figura centrale dell’Italia del ’900. Universo vitale che sostiene istituzioni culturali di grande rilievo: dalla Università Cattolica di Milano all’Avvenire, all’editrice La scuola di Brescia, alla Fondazione Tovini. Iniziative di cui è protagonista e in qualche misura custode proprio Camadini così come lo è del vitalissimo centro di ricerca Istituto Paolo VI, filiazione diretta dell’Opera per l’Educazione cristiana.
In una persona così l’impulso a parlare, a «conversare» non nasce certamente dall’esibizionismo di tanti esternatori di professione, ma da veri assilli come rivela la conversazione su Tempi. Al centro una preoccupazione: «I cattolici dovrebbero innanzi tutto sentire la responsabilità di riproporre la propria identità senza integralismi ma con integrità ideale, dentro una situazione contrassegnata da un pensiero debole». Con un’attenzione particolare: «Solo la riproposizione ai giovani dei fondamentali valori della vita può dar fiducia», e una osservazione sostanzialmente politica: «Il mondo cattolico è stato segnato da un pluralismo che talora non è stato pluralità (sempre auspicabile perché ricchezza nell’identità) ma può essere frainteso in una forma di dialogicità approssimativa».
Da qui alcuni giudizi, molto cauti ma non privi di chiarezza, più legati all’attualità. Sul disegno di Romano Prodi «illuministicamente alto» ma «senza i piedi per terra». I limiti dei cattolici militanti nel Pd che troppo spesso si rifugiano in «criptici nominalismi». L’attesa per quando Walter Veltroni dovrà a fare i conti con i suoi «fondali» ideologici. Il rimpianto per la Dc ma il riconoscimento del fatto che Silvio Berlusconi nonostante una sua «alterità metodologica» abbia consentito alla maggioranza del popolo italiano di scegliere e non subire la propria strada. L’attenzione per i «laici» come Giuliano Ferrara che si battono per ricordare che «il valore è la persona».
Giudizi sempre attenti, argomentati, intelligenti, certamente cauti ma che fanno rumore perché espressi da Camadini e sono figli di un tempo scosso dalla «forza culturale di Joseph Ratzinger» e dalla sua «passione per il tema del rapporto fede-religione». E non va scordato che Papa Ratzinger - annota il notaio montiniano - «fu eletto vescovo e fatto cardinale da Paolo VI».