Se Fini concorda con Finocchiaro è un brutto segno

Caro Granzotto, ho molto apprezzato il suo «Tutti a casa». Credo anch’io e non sono il solo, che sia giunto il momento di dare la parola a noi cittadini perché così non si può andare avanti. Anche due giorni fa Gianfranco Fini se ne è uscito con una stilettata a Berlusconi e al partito del quale è pur sempre co-fondatore, dicendo che le riforme non si fanno «a colpi di maggioranza» e che «non ci si deve stancare di cercare il confronto», parole che hanno immediatamente ricevuto il plauso di Anna Finocchiaro, ciò che dice tutto. Fini si faccia giudicare dagli elettori, non dalle Finocchiaro!
Milano

Non poteva dire fesseria più grande, Gianfranco Fini. Doppia fesseria, perché si capisce lontano un miglio che questa sua ulteriore esternazione è strumentale, appartenendo al repertorio dell’antiberlusconismo da «ultima raffica». Confronto. Fosse ancora vivo il grande Nicolò Tommaseo, nel suo Dizionario dei sinonimi alla voce «confronto» avrebbe aggiunto: «papocchio», «inguacchio». Non che se ne debba dire solo male, del «confronto», anzi: la politica - che resta sempre l’arte del compromesso - è tutto un confronto, se no che politica è? Però giunge il momento in cui chi governa deve prendere decisioni gravi, decisioni alte e significative per la vita della nazione. Di quelle che non possono essere mediate attraverso le cerimoniose lungaggini del confronto. Consigli, suggerimenti, più ne arrivano e meglio è. Però, alla fine e anche a costo dell’impopolarità, spetta a uno decidere. La chiamano, romanticamente, la solitudine del potere, e quella è. Se invece il confronto, il dialogo (cioè il papocchio, l’inguacchio) dovesse diventare, come piacerebbe a Gianfranco Fini, la norma, se cioè non fosse consentito di prescindere dal consenso dell’opposizione, il mondo, il progresso, la storia si fermerebbe. Qualcuno dovrebbe ricordare a Fini che se si fosse proceduto per «confronti», se non si fosse legiferato o agito «a colpi di maggioranza», non ci sarebbe stata l’Unità d’Italia, non ci sarebbe la Repubblica, non avremmo la Costituzione «più bella del mondo» o il voto alle donne o il divorzio. Non ci sarebbe nemmeno lui, Fini, a far da sussiegoso presidente della Camera. Difficile trovare nella lunga vicenda dell’uomo una svolta rivoluzionaria, cioè tale da rinnovare profondamente, che sia stata approvata o sancita con una corale standing ovation. Che sia stata pienamente condivisa da tutti. Anche in casi in cui il fine ultimo era di altissima caratura civile e culturale: la schiavitù in America, ad esempio. Se Abramo Lincoln avesse dovuto mediare, confrontarsi con Jefferson Davis, saremmo ancora qui con le capanne dello Zio Tom.
Come diceva Churchill, la democrazia è la peggior forma di governo eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora. Svilirla ancor più contestando la validità del suo principio fondamentale - la sovranità appartiene al popolo, che la esercita mediante rappresentanti liberamente eletti - significa volerne fare, con rispetto parlando, carne di porco. Che questa sia l’ambizione di Anna Finocchiaro, vecchia scuola Pci, non stupisce. Non stupirebbe se fosse anche l’ambizione del camerata Fini, ma è da un pezzo che egli ha gettato alle ortiche la camicia nera per cavalcare la tigre della democrazia. E andava tutto bene, occorre dirlo: pur con qualche solenne sbandata, qualche eccesso retorico e qualche manfrina di troppo, ci sapeva più o meno stare, in sella alla tigre. Poi è successo quel che è successo: pur di dare un solido contributo alla caduta di Berlusconi, dopo averlo fatto per il suo passato Fini s’è messo a rinnegare anche il suo presente. Comprereste una macchina usata da un tipo così?