Se la Finocchiaro in Senato si sente Cicerone (Gasparri la stana su un ablativo mancato)

Era dai tempi dei Padri della Patria che i
toni non si facevano così dotti, al Senato. La Finocchiaro ha
peccato di vanità stilistica nel corso di un intervento critico
sul Rendiconto e ha lanciato dal suo scranno la citazione da Cicerone. Ma ha scambiato "patientiam" per "patientia"

Era dai tempi dei Padri della Patria - gente in doppiopetto grigio chiarissimo, occhiali dalla montatura d’argento e gozzaniana villa in campagna dove passare le estati traducendo Tacito sotto i ciliegi - che i toni non si facevano così dotti, al Senato. Tutto per un ablativo, che a ben guardare oggi, con la crisi che c’è, è un lusso dei più lussuosi. A saperlo sfoggiare. Ma Anna Finocchiaro, capogruppo Pd (nella foto con Maurizio Gasparri), ha peccato di vanità stilistica. Ieri, nel corso di un intervento critico sul Rendiconto, ha lanciato dal suo scranno la citazione da Cicerone: «Quousque tandem abutere, Catilina, patentiam nostra?». Però è stata messa nel sacco da Gasparri: «Quando ci si fa prendere dalla foga da maestrina della penna rossa si finisce per abusare non della pazienza ma del latino». Infatti «abutere» regge l’ablativo («patientia» e non «patientiam»). La Finocchiaro ha chiesto scusa alla mamma, insegnante di latino («mi farà nera»), e ha incassato l’inevitabile battuta di Gasparri: «Possiamo dire 152 voti a noi e 0 in latino alla Finocchiaro...»