"Se fossi un grande editore m’annoierei"

L’egemonia delle maggiori case sui premi, la narrativa italiana che
comincia a farsi strada all’estero, l’orgoglio di pubblicare libri "di
genere". Sergio Fanucci, addetto ai lavori, spiega croci e delizie della sua
professione

Due settimane fa, sul Giornale, abbiamo stroncato un libro pubblicato da Fanucci, The Box di Richard Matheson, dicendo che la raccolta di racconti è bellissima, ma curata male. L’editore si è giustamente offeso e, in una lettera privata, ci ha spiegato le sue ragioni. Chiedendoci alla fine perché «voi giornalisti dovete sempre colpire per creare polemica?».

Partiamo da qui: Sergio Fanucci, lei fa l’editore da 20 anni, e l’ambiente lo conosce bene. Che cosa pensa del giornalismo culturale italiano?
«Trovo quelle di Repubblica troppo ancorate a un vecchio modello di lettore colto, non riescono a cogliere l’importanza di una letteratura apparentemente di evasione, proprio non la vedono. Il Corriere della sera si rivolge a un target molto adulto, dimentico dei lettori più giovani e curiosi di cose nuove. Scrivono di commemorazioni o anniversari, concentrati in quello che è stato e non tanto in quello che sarà. La Rete ha a volte uno sguardo più acuto, ma purtroppo l’informazione digitale è piena di baggianate e può scrivere anche chi non sa nulla, come spesso succede».

Lei pubblica moltissima narrativa straniera, americana in particolare, pur non disdegnando ogni tanto di uscire con un titolo italiano. Cosa pensa della letteratura americana rispetto alla nostra?
«L’America è e sarà sempre un Paese ricco di contraddizioni e di posizioni fantasiose e divertenti, ma anche capace di intuizioni e analisi illuminanti. Questo essere così spavaldi e anticonformisti li rende pieni di stimoli e capacità, anche letterarie. La loro letteratura ha da sempre influenzato il resto del mondo, è stata importata e copiata, ne è diventata modello o totem, ma è stata anche criticata e vivisezionata. Noi siamo sempre stati un Paese più occupato a raccontare i fatti nostri, a guardare il nostro ombelico. Così abbiamo esportato poco, tranne casi eccezionali come Calvino, Buzzati, Sciascia. Oggi la nostra letteratura è molto letta in Italia e comincia a farsi strada in Europa, questo è un buon segno».

Cosa le piace?
«Mi piace molto Tullio Avoledo e mi piacerebbe averlo in catalogo, così come Niccolò Ammaniti. Negli States, una voce miracolosa è quella di Chris Abani, mentre è da tener d’occhio Susy Meyers. È una 26enne californiana esordiente piena di talento e acume. Lo sto leggendo in questi giorni e mi sto commuovendo, sembra un film d’altri tempi».

Buttafuoco, Piperno, Saviano: li conosce, li ha letti, le piacciono?
«Letti, un po’ per curiosità e un po’ per capire. Buttafuoco e Piperno non mi piacciono, mentre Saviano è una vita narrata, sfugge a qualsiasi giudizio soggettivo, sono pagine di un’Italia che nessuno vorrebbe avere. Non sono libri, ma pugni nello stomaco con cui devi fare i conti. Alla fine ne esci pesto e consapevole che puoi prenderle, sempre».

E il (prima) fascista e (poi) comunista Antonio Pennacchi che ha vinto lo «Strega»?
«Penso che la “strascicata agro-pontina” non lo fa diventare simpatico, che Canale Mussolini è un romanzo fascista e che il primo amore non si scorda mai. Non so, ma in Italia si parla troppo di Duce o Mussolini, ora se ne scrive pure dicendo “Ma almeno ha fatto qualcosa di buono”, quasi a voler giustificare le nefandezze che ha combinato. Pericoloso e preoccupante. E poi Pennacchi scrive come parla...».

E i premi letterari in genere? I suoi libri ne hanno vinti molti negli ultimi anni?
«In Italia i miei libri hanno vinto diversi premi per la letteratura per ragazzi, come l’Andersen o il Bancarellino. Per adulti, a parte un paio di selezioni nei 12 dello Strega (quest’anno per la prima volta con un romanzo per ragazzi, Bambini nel bosco di Beatrice Masini), l’unico premio che ho vinto è stato l’Opera Prima del Campiello con Senza coda del giovane riminese Marco Missiroli».

E lo Strega?
«È egemonizzato dai grandi editori. Lei pensi che molti voti sono proprio degli editori - che quindi votano se stessi - o dei loro autori, che per ordine di scuderia votano l’editore disinteressandosi del romanzo presentato. Se fossi uno di loro mi annoierei; possibile che non gli venga mai voglia di cambiare?».

Il genere letterario di cui la sua casa editrice è specializzata pare essersi strappato di dosso l’etichetta di letteratura bassa. Si è davvero abbattuto il muro tra letteratura di genere e letteratura tout court?
«Direi di sì, ed era ora. In Francia da sempre il noir ha raccontato con sapienza e precisione la realtà quotidiana, regalandoci sprazzi di verità sacrosanta - penso a Manchette o a Héléna - costringendoci a fare i conti con la nostra anima nera. In America, Philip K. Dick, re della science fiction, ha illuminato il nostro futuro scrivendo non di marziani verdi e brutti, ma di esseri alieni tanto simili a noi da essere come un nero per un bianco, un omosessuale per un etero. Figli dello stesso mondo seppur diversi. Il fantasy di Silvana De Mari, autrice straordinaria per la misericordia verso i suoi protagonisti, trascende il genere stesso e diventa un ritratto politico, sociale, umano, una storia d’amore, morte, riscatto, di genitori e figli, eroismo e fede in un romanzo di oltre 700 pagine, L’ultima profezia del mondo degli uomini, un capolavoro che pubblicherò a fine settembre. Dirò di più: l’elemento straniante di un genere letterario, che sia noir o fantascienza, distorce il punto di vista di una storia e questo dà al lettore più esigente uno stimolo in più e dà anche all’autore un’ulteriore occasione per meravigliare chi lo legge».

Come sta la casa editrice Fanucci? E l’editoria italiana? È vero che in questo sistema editoriale i grandi inglobano tutto, anche le idee?
«Stiamo bene, grazie. Visto soprattutto quello che gira. Per vendere libri non siamo costretti a confezionare e chiamare romanzo un insieme di lettere e disegnini di due autori best-seller che, pur se si piazza primo in classifica e vende 300mila copie, ti rovina la faccia e manda all’aria quello che tu hai sempre chiamato progetto e nel rispetto del quale hai fatto scelte dolorose ma condivise con i lettori. È questa la differenza tra chi si chiama editore, come il mio marchio, e chi invece è un semplice player e potrebbe vendere pentole. Non dipende dalle dimensioni delle aziende, se sono o meno un gruppo editoriale».

E da cosa dipende, allora?
«Dalla propria coscienza. L’editore ha un progetto chiaro e fa un patto con i lettori che lo seguono e lo stimano, lo criticano e lo amano, sono lettori (re)attivi che vivono le sue scelte, fanno parte della sua azienda. Il player insegue invece il grande numero a tutti i costi, calpesta spesso la propria dignità, giustifica tutto per il profitto e manda al diavolo il motivo principale che ci spinge in questo lavoro: toccare con un libro le corde dell’anima, perché un libro arriva dove tv e giornali non arrivano. Pensate al successo della Casta di Rizzo e Stella, o a Report di Milena Gabanelli, bravissima. Ebbene, sotto forma di libro, quel malcostume ha trovato milioni di lettori, e le assicuro che quando leggi qualcosa e non lo ascolti solamente, ti entra dentro e lì rimane. Sta a noi editori dare ai lettori idee e stimoli che possano crescere in loro e arricchire la loro esperienza. E va da sé che in questo mondo dell’editoria queste idee rischiano di rimanere soffocate a causa di politiche editoriali di player avidi e insensibili. È ovvio che se il player è poi un grande editore... allora è un bel problema».

Ormai non si parla d’altro che del rapporto tra «vecchia» editoria ed e-book. Lei che ne pensa?
«Mi sembra un po’ tutto sopra le righe. Roberto Santachiara, agente di alcuni autori italiani e non, dice di non voler cedere i diritti e-book di libri già pubblicati se non davanti a un accordo più vantaggioso per gli autori di quello pensato dagli editori: anticipi, percentuali sulle vendite e così via. A New York Andrew Wylie lancia addirittura una sua casa editrice digitale inimicandosi tutta l’editoria americana e a noi editori all’estero propone condizioni insolite. Le piattaforme digitali che dovrebbero “distribuire” gli e-book, ossia materialmente un luogo in rete dove ti colleghi e te lo scarichi, chiedono una percentuale molto alta a noi editori per i costi che hanno e addirittura un’esclusiva... Insomma, sembra che tutti vogliano accaparrarsi la fetta più grande di una torta che deve essere ancora cucinata!».

E da noi?
«Mi pare che con l’arrivo degli e-book in Italia stia saltando quel patto di rispetto e stima e quella complicità che si crea tra editore e autore. Non so se invece è tutta una manovra fatta da alcuni per un semplice desiderio di protagonismo e che gli autori non condividono. In America il mercato degli e-book ha avuto una crescita importante, ma c’è un’abitudine alla lettura e una curiosità e passione che in Italia mancano. Lei crede veramente che tra cinque anni i nostri lettori non compreranno più libri e scaricheranno tutto dal web? La mia paura è che se si corre, si rischia di realizzare un prodotto che poi può essere copiato illegalmente e allora addio ad anticipi, venduti, percentuali... Guardate che cosa è successo con la musica...».

Mi scusi, ma questi famosi salotti intellettual-editoriali, da voi a Roma esistono o no? Tutti dicono che ci sono, ma tutti negano di farne parte...
«Le garantisco che non ne frequento, ma penso esistano veramente. Io sono un tipo piuttosto solitario, partecipo raramente anche a convegni o presentazioni, ho troppi libri da leggere per perdermi su qualche divano».