Se il futuro è carta straccia

Morte annunciata di uno dei più prestigiosi quotidiani del mondo, il New York Times. Il suo editore prevede che fra cinque anni il giornale passerà su Internet, non sarà più di carta, non verrà più venduto nelle edicole o dai ragazzi, alla sera, nei ristoranti. C’è da aspettarsi che sarà il primo di una lunga lista, perché se proprio il colosso dell’informazione americana non regge ai processi di comunicazione telematica sarà difficile per le testate meno attrezzate industrialmente non seguirne l’esempio.
Il fatto sollecita molte riflessioni sul ruolo dell’informazione nella società globale e informatizzata, sulle modalità tecniche di sviluppare l’informazione e sulla funzione stessa del giornalista. Però tra tante possibili riflessioni, ce n’è una alla base di tutte. La società contemporanea brucia e incenerisce con una velocità impressionante i suoi simboli, e noi ci troviamo a navigare a vista perché nei simboli ci sono gli orientamenti più semplici e più profondi della nostra vita.
L’annuncio della prossima fine del New York Times appare come l’avviso di una imminente catastrofe: è ovvio che il mondo della comunicazione e, poi, della politica sia attonito di fronte a questa possibilità reale. Ma il cambiamento più profondo non riguarderà né gli addetti alla stampa, né i politici, né i giornalisti ma la gente comune: il pensionato che non potrà passare mezz’ora seduto su una panchina ai giardini sfogliando e leggendo il suo giornale, coloro che si risvegliano al mattino con cappuccino-brioche-quotidiano, chi si addormenta mezz’ora dopo il pranzo sulla poltrona con il giornale che gli scivola lentamente dagli occhi alle ginocchia, il vacanziere sulla sdraio...
Il giornale è un simbolo che costruisce una ritualità semplice della nostra esistenza: con la morte del giornale, non termina la comunicazione che si riorganizzerà in altro modo, finisce la sua funzione simbolica che ha rappresentato momenti significativi della ritualità quotidiana di molti di noi.
Se volgiamo lo sguardo indietro, non abbiamo bisogno di pensare a generazioni remote per constatare che ci siamo lasciati alle spalle un cimitero di ritualità simboliche. Avevamo il grammofono, avevamo il registratore, il telefono fisso, la segreteria telefonica, la macchina per scrivere con i tasti da pigiare e, prima ancora, la penna stilografica. Tutto sparito. Anche se si balla ancora al suono della musica, se continuiamo a telefonarci, a registrare quello che ci interessa conservare, a scrivere lettere. Però, si coglierà pure la differenza tra lo scrivere al computer o con una macchina meccanica! Riuscite a immaginarvi Montanelli con un computer sulle ginocchia anziché con la «Lettera 22»? Avrebbe probabilmente scritto le stesse cose, ma è lo spirito, il sentimento della scrittura che sono cambiati. Via e-mail continuiamo a mandarci lettere, ma sono davvero le stesse che stendavamo una volta in buona calligrafia per farci comprendere?
La nostalgia del passato è patetica, ma l’entusiasmo per il futuro che ci attende è da cretini. Il problema è il buonsenso della via di mezzo che non è facile da trovare. È fin troppo evidente che non ci si può opporre alla modernità, però quando si capisce il senso di ciò che si perde diventa mentalmente più agevole confrontarci con le cose nuove. Ciò che si perde, abbiamo visto, sono simboli che per un certo periodo di tempo hanno presieduto alle nostre grandi e piccole ritualità quotidiane. La rottura dei simboli comporta sempre qualcosa di violento, sia in senso reale e concreto, sia nell’immaginazione e in senso metaforico. E a questi cambiamenti rituali dobbiamo adattarci con un po’ di curiosità e con un po’ di comprensibile malinconia, sapendo che non stiamo perdendo la funzione dell’oggetto che si riorganizzerà in altro modo, ma la sua simbolicità che ci abbandonerà per sempre. Insomma, fra pochi anni non avremo più il quotidiano da sfogliare: ciò che ci mancherà non sarà l’informazione, ma quella mezz’ora sulla panchina dei giardini con il giornale che ci fa compagnia.