SE GENOVA TORNA A SOGNARE

Siamo alle solite. Sto per scrivere un articolo che, formalmente, è un articolo di sport. Ma credo che racconterò molto più di Genova di quanto faccia quando provo a cimentarmi nei massimi sistemi. Tutto nasce, come tutte le cose più sentite e più vere, da un’esperienza personale: da quando ho scritto un articolo, l’altro giorno, per raccontare le mie emozioni di non genoano prima al Ferraris e poi nella notte di festa a Desenzano voluta dal presidente rossoblù Enrico Preziosi, ho ricevuto decine e decine di vostre lettere e telefonate. Un centinaio, direi.
Sapete benissimo che siamo abituati a parlarci, a confrontarci, a stimarci, a volte a coccolarci, a volte a scontrarci. Ma pensieri e parole così caldi e così intensi difficilmente li ricordavo. Sulla mia pelle ho sentito il calore, quasi fisico, di un popolo. La partecipazione, quasi fisica, a ogni riga di carta e di inchiostro che avevo dedicato al Genoa. La bellezza di una passione. Che, nella fattispecie, si chiama Genoa e ha i colori rossoblù, ma che è bellissima comunque, a prescindere. In quanto passione, in quanto emozione di un popolo. Alcune lettere le abbiamo già pubblicate, altre le pubblicheremo. Fra le telefonate, terrò nel cuore quella di Sara Castiglione, una nostra carissima lettrice di 88 anni, forse nemmeno genoana, ma con lo spirito e la dolcezza di una ragazzina.
Certo, al limite, dovrei farmi qualche domanda sul fatto di aver suscitato tante passioni parlando di una notte in cui un gruppo di uomini con le pance all’aria e non precisamente sobri si è cimentato per ore e ore in trenini da Capodanno estivo e balli sulle note di brani del calibro di Com’è bello far l’amore da Trieste in giù e di YMCA, di Brigitte Bardot e di Nano nano, di Maracaibo e di A-e-i-o-u-ipsilon ed altri capolavori immortali del trash su cui abbiamo passato notti e notti. Tutto molto divertente, certo. Ma in tutto questo la poesia dove sta?
Sta, per l’appunto, nella passione. Nel fatto che il calcio, due colori, sappiano risvegliare le emozioni più belle. E, quando c’è passione e calore, non resta che inchinarsi. Il bello del calcio è proprio la capacità di far sognare. E fanno francamente sorridere gli apologeti dei bilanci in attivo. Certo che i bilanci a posto sono titoli di merito, soprattutto in un calcio in cui pagano in pochi, come il Genoa. Che ha pagato ed era persino giusto che pagasse perchè Preziosi ha sbagliato (e chi si è per anni ostinato a negare che avesse sbagliato ha fatto il peggior servizio possibile al Genoa), ma che ha pagato pesantemente nel momento in cui l’Inter che sbagliava veniva non solo non punita, ma addirittura premiata e additata come esempio di virtù. É giustizia questa roba?
E poi, il giornalismo genovese. Chi parla e scrive di bilanci, forse, dovrebbe occuparsi delle pagine economiche, non di quelle sportive. Secondo me, il calcio non è fatto di bilanci, ma di sogni. Non è una legge matematica, ma anche nel calcio, quando si investe bene, gli investimenti ritornano con gli interessi. C’è una bellissima canzone di Francesco Guccini che si intitola Cirano e in cui il protagonista, Cirano-Cyrano per l’appunto, «con questo naso al piede almeno da mezz’ora da sempre mi precede», se la prende con il mondo sbagliato. Con parole degne di Edmond Rostand, in un’invettiva durissima contro tutto e contro tutti, con rabbia straordinaria: «Venite gente vuota, facciamola finita (...) le verità cercate per terra, da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali; tornate a casa nani, levatevi davanti, per la mia rabbia enorme mi servono giganti. Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco!». Dice Cirano: «Io sono solo un povero cadetto di Guascogna però non la sopporto la gente che non sogna».
Ecco, con tutti i suoi difetti, Enrico Preziosi - così poco genovese - ha riportato a Genova e in Liguria la capacità di sognare. Ed è qualcosa che non c’entra davvero nulla con la fede calcistica. Anzi, è qualcosa che credo accomuni doriani e genoani e anche chi non ha mai visto una partita di calcio. Purchè si abbia voglia di guardare oltre, di volare alto.
La passione che ci avete trasmesso significa che non è assolutamente vero che viviamo in un mondo in cui tutti i genovesi sono maniman, in una notte nera in cui tutte le vacche sono nere. Ma, anche senza scomodare Hegel, occorre ribellarsi ai luoghi comuni. Preziosi lo fa nel calcio, noi proviamo a farlo nell’informazione, tanta gente perbene lo fa ogni giorno nella sua vita e nel suo lavoro.
Se Genova e la Liguria faranno prevalere quest’anima, la passione, il sogno, la voglia di sognare, allora forse domani saremo qua a raccontare una storia diversa per questa città e per questa regione.