Se il governo esiste solo sulla carta

Egidio Sterpa

Le ultime vicende parlamentari hanno dimostrato che una maggioranza responsabile e sicura, che sostenga il governo Prodi, non c'è. I vertici del centrosinistra possono esibire tutto l'ottimismo che vogliono, ma così è. Per governare ci vuole una maggioranza coesa, fatta di elementi affini, se non proprio uniformi, con obiettivi e valori comuni, armonia nelle decisioni.
Sono una decina, se non addirittura di più, i gruppi che reggono questo governo.
All'interno di ognuno di essi le divisioni si moltiplicano. Accade in Rifondazione, anche se ora la terza carica dello Stato ricoperta da Bertinotti fa da freno. Accade sempre più tra i Comunisti italiani, fino a ieri cossuttiani e ora capeggiati da Diliberto; nella Rosa nel pugno dove, con fatica, tentano di stare insieme socialisti e radicali; nell’Italia dei valori di Di Pietro dove convivono Franca Rame e Sergio De Gregorio, eletto presidente della commissione Difesa del Senato con i voti della destra per dispetto al centrosinistra; tra i Verdi, dove coabitano tra loro estremisti diversi, come Pecoraro Scanio e Paolo Cento detto «er Piotta»; nei Ds, dove Fassino è di sicuro un moderato a petto di Salvi e Mussi; nella Margherita, dove le diversità sono assai più dei petali. E via dicendo.
Questa è la maggioranza di Prodi, che ha vinto per poco più di ventimila voti e che si sfarina inevitabilmente al momento delle scelte fondamentali. Da qui il ricorso alla fiducia che finora è servita a far piegare la testa, momentaneamente, ai riottosi, come nel caso della missione militare a Kabul. Al Senato, per avere il numero legale, è stato necessario conteggiare in Aula il voto del presidente Marini e una seconda volta chiamare in soccorso i senatori a vita.
Alla Camera, nella votazione sull'indulto, è scappata la pazienza a Fassino, quando ha constatato la diserzione di Diliberto e il dissenso di Di Pietro: «Alleati che prima dicono una cosa - ha dichiarato - e poi ne fanno un'altra, ministri che si autosospendono o che minacciano le dimissioni (Mastella e Mussi, ndr), quando tanto si sa che rimangono al loro posto... Non è possibile!». Eppure è stato possibile e c'è da giurare che continuerà ad esserlo. Ha commentato Parisi, ministro della Difesa: «Quando tu accetti il ricatto, i ricattatori aumentano». Persino Bertinotti, di solito assai comprensivo verso i più astrusi dissensi, ha deplorato talune manifestazioni di protesta.
Il governo esiste sulla carta, ma non è in grado di affrontare senza ansie questioni risolutive. Ci vorranno raffiche di fiducia per blindare la natura politica della coalizione. E sicuramente non basteranno, non per molto. Siamo appena all'inizio, figuriamoci in autunno, quando la battaglia politica sarà rovente.
È una situazione rischiosa, tanto che persino i più tetragoni alla comprensione delle ragioni dell'opposizione azzardano ipotesi di intese straordinarie tra i due poli. Pierluigi Castagnetti, già capogruppo della Margherita alla Camera, in una lettera inviata al Corriere e in una successiva intervista a un giornale romano auspica che l'opposizione consenta corsie privilegiate alle iniziative del governo in cambio di spazi concessi a proposte legislative del centrodestra. E Bertinotti arriva ad ammettere allargamenti di maggioranza. Colloqui produttivi tra gli opposti li propugna Marini. Quanta disponibilità pelosa.
È evidente che la debolezza del governo è cronica. Al Senato l'autosufficienza non c'è.
Il capo dello Stato - cosa mai avvenuta prima - ha segnalato pubblicamente il pericolo che lo scontro politico sfoci in «una spirale distruttiva» a causa delle forzature della maggioranza e le conseguenti reazioni dell’opposizione. Non tanto diplomaticamente, ha ammonito Prodi, al quale certo non è piaciuto, a essere meno supponente, tenendo conto di avere vinto per un soffio di voti.
Non è forse l'ultima delle sorprese che ci riserva questo strano bipolarismo all'italiana. Aspettiamo l'autunno e ne vedremo ben altre.