Se la guerra conviene ai leader arabi in crisi

di Quando un leader ha come scopo di rafforzare il suo potere e di sfuggire a qualsiasi resa dei conti, cosa fa? Mette in piedi un conflitto esterno con relativa teoria della cospirazione, fa polverone e crea rumore di spari, sparge sangue e chiama alle armi... insomma fa una guerra. Questa è la situazione mediorientale oggi, specialmente dopo le rivoluzioni che abbiamo benevolmente chiamato «primavera araba». Chi le ha fatte, chi le sta facendo, chi le teme... Ovunque tuttavia l’incertezza del futuro solleva un clangore di spade, o meglio un ergersi di missili, e naturalmente il nemico evocato per il proprio comodo è Israele con l’intero contorno americano e occidentale, se è vero che oggi il presidente degli Stati Uniti Obama risulta nel mondo musulmano ancora meno amato di George Bush.
I più esplicitamente determinati alla guerra per evitare i propri guai, sono gli hezbollah, la milizia sciita che l’Iran e la Siria armano e mantengono come un autentico esercito di dominazione in Libano: Saad Hariri, figlio di Rafik, ha dichiarato da Parigi, dove ha riparato, che il vero problema del suo Paese sono gli hezbollah, perché non sanno come usare le loro batterie. Un nuova rivoluzione democratica potrebbe tentare di eliminare questa continua ipoteca che pesa sul Libano specie da quando gli hezbollah sono stati accusati ufficialmente dal Tribunale Internazionale di avere ucciso il primo ministro Rafik Hariri nel 2005 e quindi Nasrallah si agita accusando Israele di ogni male per scampare al giudizio. Il Libano tuttavia ormai si interroga sul senso di tutte quelle armi accumulate da Nasrallah: così il capo di Hezbollah, promette nei suoi tipici discorsi d’odio una nuova guerra, stavolta a causa delle acque territoriali. Israele infatti ha scoperto in mare una quantità di gas naturale, Nsarallah ha subito lanciato una campagna furiosa e pretestuosa, dal momento che Israele delimitò con Cipro le sue acque nel 2007, e il Libano fece lo stesso firmando un accordo con Cipro. Ma Nasrallah usa l’argomento come un vero casus belli. Una situazione molto pericolosa, aumentata dalla crisi dei suoi alleati, Siria e Iran.
Dell’Iran basterà dire che Ahmadinejad è personalmente in rotta con la leadership religiosa, che il Paese è tutto proiettato verso un cambiamento che solo la repressione impedisce, e che qualsiasi fuoco esterno può far comodo.
Assad di Siria, specie dopo gli scontri sanguinosi di questo fine settimana in cui anche Damasco è stata tartassata e dopo la riunione di Istanbul che ha creato una forte coalizione di opposizione, ha perso qualsiasi residuo di fiducia da parte del mondo esterno: che cerchi di buttarla in scontro con Israele lo si è già visto quando ha buttato dentro i confini dello Stato Ebraico centinaia di concittadini e di profughi per creare una provocazione. Ma ancora più significativo è che, nonostante la rivoluzione, Damasco abbia accelerato i rifornimenti di armi, inclusi missili balistici avanzati, agli Hezbollah. Con l’aiuto di esperti iraniani e nordcoreani, la Siria seguita a produrne in un sito segreto, «la montagna dei missili». Hezbollah, grata, collabora, dicono i ribelli, nella repressione. Anche Hamas, che ha sparato parecchi missili da Gaza in questi giorni, ha circa 10mila proiettili balistici di cui i Fajr 5 che possono raggiungere Tel Aviv.
Per altro, oltre allo schieramento legato all’Iran, la situazione è pericolosa per la pace anche in zona sunnita. In Egitto il consiglio militare sta muovendosi per porre le basi per una nuova costituzione che protegga e espanda la sua autorità, e un esercito al potere è più forte quando la situazione con i vicini è tesa: del resto non c’è candidato alle prossime elezioni che non abbia dichiarato di voler rivedere o cancellare il trattato con Israele. Inoltre avanza a grandi passi l’alleanza con l’Iran. E persino in Tunisia la rivoluzione ha prodotto una bozza di costituzione che, con qualche opposizione, proibisce qualsiasi normalizzazione con Israele. Per essere la migliore speranza di chi si aspetta che la primavera araba dia frutti di pace e democrazia, andiamo bene.