Se i figli delle vittime adesso difendono i carnefici dei loro padri

Da Alessandrini alla Tobagi, in tanti si sono schierati con Pisapia. Il candidato di Milano non ha ucciso. Ma non è senza colpe<br />

Dunque i figli e le figlie di vittime del terrorismo si scagliano con veemenza contro Letizia Moratti per l’«attacco indegno» a Giuliano Pisapia. Sapete tutti di cosa si tratta. La signora sinda­co di Milano ha ricordato, durante un faccia a faccia televisivo, che il suo av­versario era stato coinvolto oltre trent’anni or sono in un’inchiesta su ambienti contigui al terrorismo, con­dannato per furto, amnistiato. In real­tà Pisapia aveva rifiutato l’amnistia e preteso un processo d’appello, che lo assolse con formula piena.

Letizia Mo­ratti è incorsa, questo mi pare eviden­te, in una deplorevole omissione la cui responsabilità suppongo debba es­sere attribuita ai suoi collaboratori. È spiacevole che l’errore sia avvenuto mentre è in corso una accesa campagna elet­torale. Preferirei, personal­mente, altri toni e altri argo­menti. Ma tutto questo non auto­rizza nessuno a capovolge­re il racconto della storia e a opporre l’avvocato Pisapia - come esempio di democra­tica fede e saggezza - alla fi­glia d’un deportato a Da­chau. Con una singolare in­versione dei ruoli, coloro che dal terrorismo brigati­sta furono atrocemente col­piti ne ravvisano le tracce nell’estremismo morattia­no: del tutto scagionando da ogni vicinanza al mondo della violenza politica chi un tempo ne predicava l’uti­lità, anzi l’indispensabilità. Non sono un tifoso dell’ar­cheologia giudiziaria. Il fru­gare tra vecchie carte per rinfacciarne i contenuti ai politici d’oggi non mi pia­ce, come metodo polemico e propagandistico. La gen­te cambia, in decine d’an­ni, e si può sperare che an­che Giuliano Pisapia sia cambiato.

Ma qui stiamo parlando di qualcosa di di­verso. Stiamo parlando di chi, colpito dalla ferocia del terrorismo, ostenta soli­darietà e simpatia non per il Pisapia d’oggi, ma per il Pisapia degli anni di piom­bo. Cerchiamo di non rac­contarci frottole edificanti. Intervistato da Elisabetta Soglio del Corriere Pisapia ha esaltato non il suo pre­sente - gli riconosciamo il diritto di farlo - ma il suo passato. «La parte di sini­stra di cui ho fatto parte - ha detto - ha fatto da argine per tanti giovani che altri­menti avrebbero scelto la strada del terrorismo. Ab­biamo dato un’alternativa con una buona politica, fat­ta in mezzo alla gente e per la gente».

Questa versione edulcora­ta degli eccessi che caratte­rizzarono e insanguinaro­no una triste stagione italia­na non può convincere chi, come me, quella stagione l’ha vissuta in una trincea giornalistica. Il raccontino dei «rivoluzionari» che in realtà svolgevano una mis­sione di fratellanza, da fran­cescani laici, e aiutavano i giovani ad astenersi da atti inconsulti, poteva andare bene per le Frattocchie: tra gli adulti e vaccinati d’oggi ha poco corso. Io li ricordo quei proclami e quegli inci­tamenti forsennati. Ne ve­do la ripetizione in certe scalmane dei centri sociali e d’altre frange eversive. Non insinuo, sia chiaro, che il Pisapia aspirante alla poltrona di sindaco di Mila­no abbia molto a che fare con il Pisapia barricadiero d’antan . Lui si vanta di co­noscere la borghesia illumi­nata milanese perché è da lì che viene.

E rammenta che il padre era repubblicano e la madre cattolico-liberale. Non ne dubito. Marco Do­nat Cattin, lui sicuramente terrorista, era figlio di un notabile della Dc. Tra colo­ro che sottoscrissero il ma­nifesto in cui il commissa­rio Calabresi era bollato co­me assassino figuravano molti esponenti della buo­na società e della presunta buona cultura. Se mi si obietta che il passato è pas­sato, sono d’accordo. Ma con juicio , senza stravolge­re le circostanze e le respon­sabilità. Mi pare che nello schierarsi di figli e figlie d’ammazzati in favore di Giuliano Pisapia - il riferi­mento è a Marco Alessan­drini, Benedetta Tobagi e Sabina Rossa - si intreccino un antiberlusconismo a prescindere e una grande indulgenza se non verso chi usò le armi, almeno ver­so chi usò parole che alle ar­mi assomigliavano molto. Le assoluzioni cancellano i reati, bisogna tenerne scru­polosamente conto. Ma non cancellano i comporta­menti seppure molto data­ti, non trasformano i dervi­sci impazziti d’allora in apo­stoli di tolleranza oggi.