Se i maghi della finanza fanno debiti su debiti...

Carissimo Granzotto, lei scrive che sua nonna predicava la virtù del salvadanaio e del passo mai più lungo della gamba, in pratica dell’oculato risparmio, ma aveva ragione? Il debito, la cambiale, non è sempre da considerarsi un male: pensi alle industrie che possono svilupparsi e crescere facendo crescere il Pil solo indebitandosi con le banche, un occhio attento al tasso di cambio. Pensi al più classico dei mutui privati, quello per la casa. Non trova che sua nonna (come si chiamava?) esagerasse un po’ condannando in toto l’istituto del credito?


Anna, si chiamava quella nonna: tosta e affabile come tutti i friulani. Portava sempre con sé una scatolina di Resoldor (che per chi non lo sapesse erano delle palline di liquirizia) e non mancava mai di offrircele, a me e a mio fratello. Però solo una a testa. Tanto, sosteneva, una o due, in bocca sempre lo stesso sapore hanno. Era un tipino fatto così, aveva le sue idee.
In quanto ai mutui, non è che ne disconoscesse la convenienza per l’acquisto di un bene durevole come la casa. Riteneva però rovinoso coprire con altri debiti, altre cambiali, il buco di bilancio familiare determinato dalle rate del mutuo. Che poi è quello che hanno fatto le grandi banche d’affari americane finendo per sconquassare se stesse e l’intero mercato finanziario mondiale. Quando uno legge che per ogni dollaro in cassa la Lehman Brothers - e tutti gli altri istituti bancari con l’acqua alla gola o già belli che annegati - ne aveva presi in prestito trenta non bisogna essere degli economisti di grido per capire, come capiva la nonna, che sarebbe finita a schifìo. Ora mi piacerebbe citare un’icastica battuta di Stefano Ricucci, ma non si può, non lo consente la decenza, però quei maghi della finanza lì volevano fare i grandi capitalisti senza il capitale, giocando d’azzardo coi soldi in prestito anche sul cambio del lev bulgaro col kyat birmano o sull’andamento del raccolto del mango camboya in Indonesia. Altro che mutui subprime. Certo, quel vorticare di soldi (virtuali) ha finito per determinare un considerevole «effetto ricchezza». La crescita sembrava non avere mai fine e gli utili cominciarono presto a essere misurati a trilioni di dollari.
Ma come diceva mia nonna, caro Gardini, la ricchezza prodotta facendo debiti è come la farina del diavolo: finisce in crusca. E la finanza in braghe di tela. Per fortuna ci si continua a ripetere che il nostro sistema bancario è sano e non sarà toccato, se non marginalmente, dal maremoto finanziario. Resta l’incognita del credito al consumo, le ormai familiari «comode rate» che nel loro piccolo alimentano il subdolo «effetto ricchezza» anche in seno alle famiglie.
Con questi chiari di luna fior di professori, agitando i sacri testi dell’economia, implorano il consumatore a seguitare a spendere, sennò salta tutto. Le loro considerazioni sono logiche, ragionevoli e stringenti. In salita guai a smettere di pedalare: non c’è surplace, si finisce ruzzoloni. Ma chissà perché io seguito a sentire la vocina della nonna coi Resoldor che predicava le virtù del salvadanaio e del passo mai più lungo della gamba.