Se i migliori cibi corrono più delle nostre auto: le nuove frontriere della sfida del made in Italy

Le esportazioni alimentari superano quelle delle macchine. Secondo i dati della Coldiretti, nel primo trimestre del 2011 l'export ha segnato un record con vendite per 7 miliardi di euro. E riusciamo anche a vendere birra agli inglesi e grappa ai russi

Gli inglesi che bevono la nostra birra, la grappa che incalza la vodka in Russia, lo spumante che quasi vede lo Champagne. Pazzesco. Il miracolo italiano è agroalimentare e molto biologico. Merito di un trimestre da favola che spazza i malumori dei tanti padroncini che affollano questo Paese. La Coldiretti annuncia un più 11 per cento di export, pieno di miti da sfatare e con vendite maggiori di vino piuttosto che di auto e moto. E il senso di tutto è che l’Italia tira più a tavola che in strada. Dopo gli anni della Vespa, della Lambretta e della 500 ora l’indice di gradimento si impenna col prosciutto di Parma, col Parmigiano Reggiano e con i vini d’alta gamma. Quelli, per intenderci, sopra i 30 euro. Meno con la pasta, colpa di quei maledetti 80 grammi, la porzione standard dello chef dei nostri (dietetici) tempi.
I numeri della Coldiretti, che ha accennato anche a curiosi lavori anticrisi (schede qui a fianco), parlano chiaro. Nel primo trimestre 2011 le esportazioni di cibo e bevande hanno raggiunto i 7 miliardi di euro mentre quelle di auto, motocicli, trattori e altri veicoli si sono fermate a 6,6. Un sorpasso non occasionale. Negli ultimi 5 anni il valore delle esportazioni dell’agroalimentare italiano è, infatti, aumentato del 23% a fronte di una riduzione dell’11 per cento di quello dei veicoli. Il trend ha aspetti sorprendenti come l’invasione dei formaggi italiani sulle tavole dei francesi, con un aumento del 21 per cento (da 57 a 69 milioni di euro). Francia che chiede più vino (+26 per cento, per un totale di 24 milioni di euro). Barolo, Brunello e grandi bianchi altoatesini in testa. Quanto allo spumante va quasi a raddoppiare gli ordini (+78 per cento) anche se rimane sempre molto indietro rispetto allo Champagne. Fa scalpore l’andamento dell’export in Gran Bretagna, la terra dei pub e del microonde. Qui la birra italiana va a sfiorare i 10 milioni di euro di fatturato, grazie a un balzo in avanti del 27 per cento degli ordini. Che riguardano soprattutto le chiare tradizionali. Il doppio malto (che stiamo imparando a far bene) e ancora affare danese. Aumentano sorprendentemente anche le esportazioni di grappa in Russia, il paese della vodka (+76 per cento) e di pasta in Cina (+43 per cento).
Ma in generale, ad affermarsi all’estero sono tutti i principali settori del made in Italy con, in testa, l’ortofrutta fresca che raggiunge gli 1,1 miliardi di euro (+5 per cento) e sorpassa il vino, diventando la principale voce positiva della bilancia agroalimentare. Vino che fa segnare un incremento del 14 per cento di export, con un valore di 935 milioni di euro. Salgono anche l’olio di oliva, 21 per cento e i formaggi col 24 per cento. Cala invece l’esportazione di pasta, ferma a 466 milioni di euro. Le performance migliori sono del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano le cui esportazioni crescono del 37 per cento.
Infine i nuovi mercati. In Cina raddoppia (più 108 per cento) l’exoport di vino italiano, mentre in India si «ferma» al più 65 per cento. Negli Usa, dove si realizza oltre un quinto del fatturato estero, la presenza del nostro vino cresce dell’11 per cento. Siamo ancora davanti alla Francia che ci straccia con i dolci, i patè, e le lumache. Ma questa è tutta un’altra storia.