Se i re Mida del pallone sono peggio della Cgil

di Marco Lombardo

Per carità non chiamiamolo sciopero, come suggerisce il presidente dell’associazione allenatori Renzo Ulivieri. E allora va bene: chiamiamolo riposino, o magari siesta, visto che il morbo dei calciatori si sta allargando a macchia d’olio, arrivando fino in Spagna. Dalla Lega (di serie A) alla Liga, perché è lì infatti che ora la categoria più pagata del mondo ha deciso di mettersi il sombrero per le prime due giornate di campionato: non si gioca, e chissà se Susanna Camusso applaude.
Perché è vero, diciamo pure che non è questione dei soliti privilegiati: anche i ricchi piangono e ne hanno più che diritto. Solo che poi - una volta più riposati - ricchi restano, alla faccia di quelli che invece restano senza partite per la loro protesta sindacale. Insomma: i calciatori hanno ragione, ma visto che il mondo intorno sta crollando forse è arrivato il momento di fare qualche sacrificio. A noi umani, per esempio, lo si chiede. Per la cronaca in Italia si minaccia lo sciopero - Ulivieri ci scuserà - perché i presidenti vogliono poter esiliare in altro campo i giocatori messi fuori rosa, che di solito sono quelli che non accettano rinnovi di contratto al ribasso o cessioni contro la loro volontà.
In Spagna invece protestano sia i giocatori stranieri - ai quali le società vogliono sospendere lo stipendio quando vanno a giocare in nazionale (per la strana regola: più bravo sei, più soldi ci perdi) - sia quelli locali ai quali la Liga vuole confiscare i diritti d’immagine, leggasi soldi degli sponsor. Come detto: i giocatori hanno ragione. Nella Lega e nella Liga. Però c’è un però, anzi più d’uno. Perché se dovesse essere uno sciopero vero (e qui ha ragione Ulivieri) allora la busta paga dei milionari del pallone dovrebbe essere vistosamente decurtata, vista la mancata prestazione. Invece niente: non si gioca e basta. E loro magari hanno pure un giorno libero in più nella loro vita da Hollywood. Eppoi, ragioni a parte: siamo sicuri che la gente normale, quella che quando sciopera perde anche lo stipendio, sia disposta ad accettare la rinuncia al rito del pallone? Capirebbe davvero? Perché come dice il presidente dell’Assocalciatori nostrana Damiano Tommasi «è una questione di diritti, non è affatto una questione economica». Appunto: qui non è una questione di perdere soldi, almeno per loro.
E allora, meditate gente: Javi Poves, il giocatore dello Sporting Gijon a soli 24 anni ha annunciato di voler lasciare il calcio perché «i miei colleghi pensano solo al denaro in un mondo che viene usato come un mezzo per distrarre la gente da quello che succede nel mondo reale». Così come, stavolta è d’obbligo dirlo, ha ragione il sindaco di Firenze Matteo Renzi, quello per cui i dipendenti del suo comune sono peggio di Fantozzi: «Questo sciopero è ridicolo: fa ridere, ma in negativo, il fatto che in un momento come quello che stiamo vivendo, a livello finanziario ed economico, i capitani delle squadre di calcio minaccino lo stop. Lo sciopero lo fanno i cassaintegrati, anzi nemmeno loro, poverini». Insomma: una cavolata pazzesca, per dirla come il ragionier Ugo ma in modo un po’ più delicato.
Quindi forse è il caso che i calciatori, nella Lega e nella Liga, si facciano un’esame di coscienza e magari anche venire qualche idea migliore, perché vedere ad esempio gente come Casillas, Zanetti, Del Piero o Eto’o (ovvero colui che ha chiesto un aumento al suo presidente perché guadagna solo 10,5 milioni netti l’anno più bonus) più accalorati di un camallo iscritto alla Cgil fa un po’ ridere. Amaro, s’intende. E perché al fatto che lo sciopero sia un diritto sancito dalla Costituzione anche per i calciatori purtroppo di questi tempi non riesce a credere nessuno. Probabilmente solo loro e la Camusso: dov’è l’errore?