Se i vertici dello Stato esaltano la «guapparia»

Pietro Mancini

Prima di essere un pittoresco e simpatico senatore campano di Ceppaloni, Clemente Mastella è un ministro della Repubblica, ha forse esagerato a definire «cantore della Napoli verace» il cantante napoletano Mario Merola, recentemente scomparso, meritandosi l’inedita e sarcastica definizione di «Guappasigilli». Anche Antonio Bassolino poteva forse fare a meno di omaggiare il defunto come «un grande punto di riferimento per Napoli e per tutto il Mezzogiorno». Ma la sindaca della città, donna Rosetta Jervolino, ha superato tutti facendo arrabbiare il vecchio intellettuale della Magna Grecia, Ciriaco De Mita: «Merola era un prepotente buono. Dobbiamo recuperare la guapparia, nella misura in cui è orgoglio». Persino le più alte cariche dello Stato, da Napolitano a Bertinotti, hanno scritto ai familiari dell’artista telegrammi grondanti commozione e rimpianto.
Nessuno intende mancare di rispetto a don Mario, che nella sua città era molto amato, come ha dimostrato la gran folla accorsa a rendergli l’ultimo saluto. Il punto è un altro: in piena bufera di agguerrito e protervo attacco camorristico allo Stato e alle forze dell’ordine a Napoli e in Campania, non è sbagliato e pericoloso fare pubblicamente l’apologia del messaggio meroliano? Che non ha mai esortato i concittadini a rispettare le istituzioni e le leggi, bensì ha legittimato, in maniera a volte esplicita, persino degli atti estremi come l’omicidio, qualora sia provocato dalla necessità di difendere la famiglia e il clan, anche a costo di rompere e infrangere le regole e le norme statuali.
I politici, accorsi in lacrime dietro al carro funebre di Merola, per quieto vivere e per assecondare gli umori popolari, dovrebbero riflettere sulle conseguenze negative delle loro improvvide esternazioni, in un momento in cui, per tentare di sconfiggere la criminalità, occorrerebbe condannare e reprimere anche i comportamenti illegali, le guapperie, ogni forma di accondiscendenza e di comprensione nei confronti dell’antica arte partenopea e meridionale dell’«arrangiarsi» per sbarcare il lunario.
Da qualche anno nel Sud la Chiesa ha coraggiosamente interrotto le esequie religiose in pompa magna riservate ai boss. Basta con quelle vergognose sfilate, per le strade dei paesi del Mezzogiorno, dei mafiosi a braccetto del parroco e del maresciallo dei carabinieri. Da tempo i vescovi si sforzano di trasmettere un messaggio di correttezza agli amministratori, fermamente e giustamente convinti che il Sud non sarà mai liberato dalla piovra mafiosa senza una assoluta trasparenza etica dei governanti e senza i comportamenti onesti dei cittadini. Anche i politici dovrebbero attestarsi sulla linea del rigore, del rifiuto delle strizzate d’occhi e della indifferenza verso chi delinque e verso quanti proteggono i delinquenti. Merola riposi in pace, ma Napoli, la Campania e il Mezzogiorno non facciano del silenzio, quando non della comprensione e persino della simpatia verso le gesta dei guappi «buoni», la bandiera di una comunità civile e politica. Che, con coraggio e senza reticenze e ambiguità, deve avere il coraggio di sbattere la porta in faccia tanto ai violenti, quanto a coloro che considerano l’illegalità, la furbizia, la guapparia, esaltati da Merola nelle sue tristi ballate, quasi una condanna eterna per i napoletani e per i meridionali.