SE GLI INDIANI ESPUGNANO IL FORTE

Prima era una vera e propria enclave, un territorio di uno Stato completamente circondato da quello di un altro Stato. Roba da Paesi balcanici o da curiosità geografiche: ad esempio c’è un paesino della provincia di Arezzo - che teoricamente è Toscana pura - che ha intere frazioni in un’altra regione, precisamente nelle Marche.
Insomma, la circoscrizione Medio Levante, fino a ieri, era quella roba lì. Circondata da un governo nazionale di centrosinistra, da un governo regionale di centrosinistra, da un governo provinciale di centrosinistra, da un governo cittadino di centrosinistra e da otto governi circoscrizionali su nove di centrosinistra. E l’azzurro Pasquale Ottonello l’ha governata bene, dialogando con il Comune senza inutili barricate e capitalizzando al massimo lo straordinario consenso del centrodestra nei suoi quartieri: Albaro, Foce e San Martino.
Ora, però, Pasquale non è più solo. Il maresciallo dei carabinieri Francescantonio Carleo, di Alleanza Nazionale, ha arrestato l’Unione del Levante, dove pure il centrosinistra governava con un buon presidente come Giovanni Calisi, un moderato sufficientemente furbo da scontentare pochi. Ma Carleo, con la sua dirittura morale e il suo avere l’Arma nel cuore e nell’anima - tanto che spesso girava in coppia con Paolo Sanfelice, come fossero sempre carabinieri - è stato davvero il candidato giusto al posto giusto, nonostante la sua scelta non sia stata indolore. Mi hanno riferito una sua battuta quando trattava la sua candidatura: «Se un signore di Rifondazione mi chiede di mettere una panchina nella sua strada e quella panchina serve davvero, gliela metto il giorno dopo». Ecco, uno così non sarà un buon presidente. Sarà un ottimo presidente. E sarà un presidente di tutte le sue zone: da Bavari ad Apparizione, da Borgoratti a Sturla, da Quarto a Quinto, da Nervi a Sant’Ilario.
Poi, c’è il Centro-Est. Terribile nome burocratico traducibile nei quartieri di Castelletto, Carignano, Centro Storico, Prè, Molo, Maddalena, Portoria, Lagaccio e Oregina. Dove il cattivo governo del centrosinistra è stato sostituito dal biasottiano Aldo Siri che torna sulla sua poltrona a cinque anni dalla sconfitta che l’aveva sfrattato.
Quella di Siri è un’impresa ai limiti del miracolo. Solo un anno fa, i punti di differenza a svantaggio della sua coalizione erano quasi una decina. E alcuni segnali non facevano presagire nulla di nuovo. Ricordo il sabato mattina in cui presentammo la sua candidatura (a proposito, un po’ portafortuna lo sono stato, visto che ho avuto l’onore di fare da cerimoniere proprio a Ottonello e Siri) al teatro Carignano: sala semideserta, assenti persino i candidati al Municipio, assenti addirittura - causa impegni concomitanti - Enrico Musso e Renata Oliveri che pure sono stati generosissimi e ubiqui in tutti questi mesi. E fra i maggiorenti dei partiti si sono spesi generosamente in quell’occasione solo Sandro Biasotti e Roberto Cassinelli.
Insomma, non sembrava un grande inizio. Eppure, Aldo Siri - che io considero il vero trionfatore di questa tornata elettorale, oltre che una straordinaria persona, uno con un caratteraccio a tratti insopportabile, ma di una pulizia, di un’onestà e di una serietà rara - non si è scoraggiato. É andato porta a porta, ha ascoltato moltissimo la gente, da uomo del popolo e non dei salotti quale è. Soprattutto è andato a parlare con il mondo cattolico, spesso regalato alla Margherita e all’Unione senza nemmeno provarci. Prima ha convinto. Poi ha vinto.