Se l’amore corre su un filo (del telefono)

Uomo e donna li creò. Certo, ma poi non ci spiegò le istruzioni per l’uso. Ecco perché, dalla notte dei tempi, siamo qui a cercare di decrittare il mistero di come rendere questa esistenza terrena un condominio senza troppi esaurimenti nervosi. Di lui e di lei. Ci ha provato, ad esempio, Tom Kempinski, scrittore londinese autore della pièce «Separazione», che Marina Thovez e Mario Zucca portano sul palcoscenico del Teatro Oscar fino al 2 marzo. Le dicotomie - nella storia tradotta, adattata e diretta da Marina Thovez - si sprecano: uomo e donna, ma anche notte e giorno, nero e bianco, su un palcoscenico letteralmente diviso in due, a segnalare due tempi, due luoghi, due anime differenti. La scenografia di Eugenio Guglielminetti racconta con immediata efficacia simbolica la demarcazione tra due mondi, collegati solo da una linea telefonica, ponte impalpabile tra realtà lontane: a quel filo si affidano Sara e Joe, per venire in contatto.
Lei, un’attrice newyorkese dinamica e affamata di vita, lui un ombroso scrittore londinese agorafobico, relegatosi in casa. Un oceano tra i due, una proposta di collaborazione a unirli: Sara decide di mettere in scena una famosa commedia di Joe, e per potere ottenere il permesso da lui lo chiama. Tutto finirebbe in uno scambio di cortesia, ma Joe - affetto dalla sindrome della «pagina bianca» - ha un bisogno disperato di comunicare con qualcuno «là fuori»: nasce così un forte legame intellettuale che sembra promettere sentimenti imprevisti. Per incontrarsi, però, serve una prova di coraggio da parte di entrambi.
«Separazione - spiega Marina Thovez - è una commedia originalissima, poco rappresentata in Italia. Io me ne innamorai quando la vidi 20 anni fa interpretata da Margherita Buy e Luca Zingaretti. Solo l’anno scorso ho pensato di portarla in scena. L’umorismo inglese è una scienza pressoché perfetta, io mi sono limitata a fare qualche taglio sui riferimenti anni ’90, un po’ superati. Tutto avviene in otto telefonate, raccontate attraverso otto quadri. Ho cercato nella messa in scena di esaltare il più possibile questa frammentarietà, questi otto gradini di conoscenza: la maestria di Kempinski nel superare la monotonia ripetitiva del gesto telefonico resta intatta. Ne nasce un’altalena di sentimenti drammaturgicamente fortissima, con una morale precisa: non possiamo eliminare i nostri difetti, ma possiamo innamorarci dei difetti degli altri».
Teatro Oscar
Fino al 2 marzo
Informazioni 02.55196754