Se l’integralista veste all’occidentale

Quali sono le caratteristiche che permettono alle polizie e ai servizi di individuare i potenziali terroristi tra i più di venti milioni di musulmani che vivono in Europa? Purtroppo, nessuna, è la conclusione di una ricerca di uno specialista olandese, Edwin Bakker, su 242 integralisti accusati, tra il 2001 e il 2006, di preparare, o avere compiuto, attentati nella Ue: sono quasi tutti maschi (solo cinque le donne), hanno un’età media di 27 anni, e riflettono quasi esattamente la composizione, sociale, economica e culturale, della popolazione islamica - immigrata, autoctona o convertita che sia - dell'Europa occidentale. In altre parole, sono quasi impossibili da identificare a priori: non esiste un jihadista standard, la galassia di Al Qaida può pescare i suoi adepti sia nelle degradate banlieue francesi popolate da algerini e marocchini, sia nei quartieri medio-borghesi delle città britanniche, sia nelle enclavi turche dell’Europa. Tra i suoi collaboratori c’era anche il figlio ribelle di un esponente del partito conservatore convertito all’Islam da pochi mesi. L’unico sistema che funziona per la prevenzione degli attentati è perciò la individuazione dei potenziali bombaroli uno per uno, in base a comportamenti sospetti o intercettazioni ambientali.
Negli ultimi due anni, l’organizzazione terroristica ha ulteriormente perfezionato le sue tecniche di depistaggio, reclutando un numero crescente di individui apparentemente insospettabili: soprattutto donne, alcune delle quali verrebbero addirittura sedotte e plagiate da playboy appositamente addestrati e altre reclutate attraverso la chat di internet per svolgere funzioni di fiancheggiamento, come i trasferimenti di denaro. Lo studio elenca alcuni casi clamorosi, come quello della bellissima e disinvolta studentessa olandese di origine marocchina Bouchra el-Hor, che dopo il matrimonio con un correligionario si è trasformata in una fanatica disposta ad immolarsi in un attentato suicida con il figlioletto di sei mesi; o quello di Conor Ali, la giovane di origine pakistana coinvolta nel recente complotto per dirottare contemporaneamente dieci aerei sulla rotta Gran Bretagna-Stati Uniti, che si apprestava a portare a bordo il liquido esplosivo nel biberon del suo bambino. Un’altra tecnica ormai collaudata del terrorismo islamista - dicono nell’Istituto per l’analisi del terrorismo di Aberdeen - è di dividere i suoi uomini in cellule isolate le une dalle altre, in modo da minimizzare i pericoli di infiltrazioni e tradimenti.
La mancanza di categorie a rischio rende naturalmente più difficile il compito delle autorità preposte a sventare gli attentati, che non dispongono di alcun «filo di Arianna» per arrivare tempestivamente a queste cellule. In teoria, i frequentatori delle moschee radicali, quali sono buona parte di quelle italiane controllate dall’Ucooi, dovrebbero essere più suscettibili di ordire complotti di un musulmano che lavora otto ore al giorno in una fabbrica del Nord-Est. In pratica, le cose non stanno sempre così. Come rivelano anche gli arresti degli ultimi mesi, i capi di Al Qaida hanno imparato ad affidare le missioni più delicate e clamorose a persone che tiene «fuori dal giro». Ultimamente, il suo attivismo in Europa si è rivolto soprattutto contro Gran Bretagna e Olanda, forse perché sono i due Paesi impegnati in prima linea contro i talebani nel sud dell’Afghanistan, ma lo studio rivela una sorprendente capacità di trasferire, grazie anche a Schengen, uomini e mezzi da un Paese all'altro a seconda degli obbiettivi prescelti. Per contrastarla, è pertanto necessaria una collaborazione sempre più sofisticata tra i servizi.
Per ora, noi non abbiamo subito attentati di rilievo. Ma se, come è possibile, i terroristi identificassero nell’Italia l’anello debole della Nato in Afghanistan, un Paese che si può più facilmente di altri spingere al ritiro, faremo bene a mettere subito da parte la politica delle punture di spillo verso gli Stati Uniti (tipo la richiesta di estradizione del soldato che ha sparato a Calipari) e tornare a una che dissipi l’atmosfera di reciproca sfiducia creatasi negli ultimi mesi.