Se l’Italia "ci crede" sarà "molto reattiva"

L’Italia s’è desta e va avanti, almeno fino a domenica. Così, per la Nazionale, dobbiamo tenerci la coppia Civoli-Bagni, né meglio né peggio delle tante altre sfornate dalla Rai, che, ahinoi, ha l’esclusiva degli Europei di calcio. Si mormorava di un prestito da Sky o da Mediaset, ma va bene lo stesso. Anche se è dura rinunciare al tè caldo di Fabio Caressa, allo spazio delimitato dai tre legni (che sarebbe la porta) di Bruno Longhi e alla sciabolata morbida di Sandro Piccinini.
Dunque, la Rai. Ciascuno dei sei telecronisti, come del resto ciascuno dei cinque commentatori tecnici, ha le sue fisse, niente di male, peccato che spesso facciano a pugni con il linguaggio dei comuni mortali. Eccovi un piccolo campionario delle più abusate frasi fatte di questi Europei, che, i telespettatori meno giovani possono testimoniarlo, non sono cambiate poi molto dai tempi eroici di Nicolò Carosio. Tutti, nessuno escluso, dicono «le squadre fanno il loro ingresso in campo», come se a volte potessero fare anche l’ingresso di qualcun altro. Quando un giocatore resta a terra dolorante, parte l’immancabile: «Speriamo che non si tratti di nulla di grave», l’identica esclamazione uscita dalla bocca di un sanculotto davanti alla testa di Maria Antonietta ormai caduta dal patibolo.
Cerqueti ha trasformato il plebeo «passaggio» nel più aristocratico «assistenza», Civoli esalta spesso la «fisicità» dei giocatori, l’autarchico Nesti è rimasto l’unico al mondo a parlare di «traversone» anziché di «cross», ma non rinuncia mai alla «prima frazione», che sarebbe poi il primo tempo. Ecco se imparassero a parlare come mangiano, non si sognerebbero mai di dire «spalti» invece di tribune o «direttore di gara» al posto di arbitro e in porta non manderebbero mai l’«estremo difensore». Se a Civoli piace molto «in ottica qualificazione», Nesti va pazzo per «alla luce del risultato». Per Dossena un giocatore fondamentale diventa «un fattore», anche se non sa mungere una vacca, il killer involontario Alessandro Forti adora «il tiro strozzato», il feticista Ubaldo Righetti ha detto di un giocatore greco che ha «un piede interessante». Si ignora se l’abbia seguito negli spogliatoi.
Nesti, che ama le parole ricercate, al «cambio» preferisce l’«avvicendamento» e allo «scontro» l’«impatto». Dossena esalta in continuazione la «fase di non possesso», mentre Righetti a cinque minuti dalla fine avverte inesorabilmente che «sono saltati tutti gli schemi». «Ci crede» la Repubblica Ceca, ma può essere anche la Francia: come s’infiamma Cerqueti al timido risveglio di qualsiasi squadra che superi improvvisamente la metà campo. L’aspirante biologo Bagni è sempre pronto a sostenere che «ce l’ha nel Dna», può essere il coraggio, la resistenza, la velocità oltre a un’altra cinquantina di vocaboli pescati a caso dal dizionario.
Collovati è il più accanito nemico del genitivo («il tiro da parte di Ronaldo è stato un capolavoro», «il colpo di testa da parte di Koller è da cineteca»), mentre per Dossena una bella parata dimostra che quel portiere è stato «molto reattivo». Civoli chiede sempre un «telegramma» al suo interlocutore, ma non succede mai che Bagni lo mandi dove lo vorrebbe ogni spettatore: a quel paese. Peccato.
Massimo Bertarelli