Se l’italiano è figlio di una lingua volgare

Tremila e cinquecento tra insulti, bestemmie, improperi, oscenità: ne diciamo uno ogni 21 minuti Ora un libro spiega perché

In bicicletta, lungo una strada qualunque, passando la fila delle macchine parcheggiate di lato: improvvisamente, a sangue freddo, una portiera si apre. La signora alla guida, che ha appena parcheggiato, si è piegata sulla sua destra per raccogliere dal sedile la borsa e il telefonino, nel contempo però ha agito sulla maniglia con la mano sinistra, aprendo di scatto, senza minimamente sognarsi di guardare dietro. Ecco: una volta evitato lo schianto con un acrobatico avvitamento carpiato, accompagnato dalla sirena navale del Tir che sta arrivando alle spalle e che solo per miracolo non mi stende come un adesivo sull'asfalto, in questo preciso momento si determina la situazione perfetta, direi lo stato di grazia assoluto, per liberare il mio più travolgente slancio creativo. In quegli attimi magici e irripetibili, sento davvero di non avere limiti: la mia fantasia, sospinta da una furia tempestosa, può partorire qualunque cosa. E lei, la mia musa, questa amabile signora che con una semplice portiera sa diventare cecchino infallibile, è lì a godersi estatica i versi più alti.
Poi c'è il resto. I vigili urbani, gli arbitri, i numeri verdi. I nostri stessi figli, quando vogliono. Sono tante le fonti d'ispirazione capaci di liberare l'animale che alberga in ciascuno di noi. Il genere letterario che raccoglie la massa enorme di questa produzione intellettuale è comunemente detto turpiloquio. Insulti, imprecazioni, bestemmie, volgarità: un campo vastissimo di espressione umana. Inutile qui chiedermi un campionario: ciascuno lo conosce di suo. Particolarità unica: in questo esercizio, nessuno è maestro e nessuno è allievo. Siamo tutti artisti in proprio, con uguali possibilità e pari dignità.
Studi scientifici molto rigorosi, che si sono avvalsi di registrazioni segrete in ambienti di vita comune, dal bar alla stazione, dallo stadio alle scuole, riferiscono che negli anni più recenti della nostra storia una parola regna sovrana. Quella. Comincia per "c" e finisce per "azzo". Per i fanatici della statistica risulterà fondamentale sapere che il termine figura al 722esimo posto dei nostri vocaboli più usati, primissimo comunque tra quelli deplorevoli.
Vietata l'approssimazione, in questa branca del sapere. L'Italia vanta uno studioso che ci sta perdendo anni di lavoro. Si chiama Vito Tartamella, è un 41enne milanese di origini siciliane. Caporedattore del mensile "Focus", tempo addietro restò folgorato sotto l'ombrellone da un articolo su insulti ed epiteti. Volle saperne di più. Il lungo viaggio lo portò ad avere contatti e scambi culturali con ricercatori di tutto il mondo, dagli Stati Uniti all'Australia. Anni dopo, si ritrova autore di un libro di successo e massima autorità del settore. Da maldestro autodidatta, perennemente dedito al fai-da-te, è con lui che mi faccio una cultura.
La mole imponente della produzione, per cominciare: in Italia, vengono riconosciuti 3.500 termini osceni, cui vanno aggiunti 2.800 insulti (per le signore delle portiere, penso che li studierò proprio tutti).
Quanto alla pratica, risulta democraticamente trasversale. Sbagliato pensare, come si pensa, che i massimi luminari siano portuali e camionisti. Da Aristofane a Mozart, da Leonardo a Dante, tutti gli animi migliori si sono comunque dedicati all'arte. Basta dare chiodo e martello per appendere un quadro al muro: chiunque, sia egli un villico del sottoproletariato o un anacoreta del Tibet, con il colpo giusto può raggiungere vette impensabili.
Di sconcezze, imprecazioni e litanie profane se ne incontrano ovunque. Sul marciapiede e nei poemi della letteratura, nelle canzoni e nei film di successo. In modo sempre più ossessionante, dentro il televisore: negli Stati Uniti hanno calcolato un più 67 per cento di termini osceni dal '90 al 2000. L'Italia, come sempre, a ruota: ultimamente, una volgarità ogni 21 minuti.
Ovviamente, niente nasce per caso. È proprio Tartamella, travestito per un attimo da Piero Angela, a svelarci i misteriosi meccanismi che stanno alla base di cotanta produzione: «Possiamo perdere la parola, non la parolaccia. Quest'ultima, essendo espressione delle nostre emozioni, è governata dall'emisfero destro. È qui che noi archiviamo il nostro frasario peggiore. Oltretutto, è al riparo anche da quelle malattie che provocano danni al linguaggio, come l'Alzheimer...».
Consolante. Possiamo perdere il senno, non il talento da scaricatore. Chiedo allo studioso: e a livello storico che possiamo dire? «Ormai conosciamo moltissimo, dai Babilonesi ad Aldo Busi. Posso dire che generalmente i periodi più fecondi sono quelli di maggior benessere e di maggior libertà dei costumi. Come questo...».
Della signora che apre la portiera abbiamo detto. Del martello per appendere il quadro, pure. Ma siamo nel campo della verifica empirica. In modo più rigoroso, quali sono le leggi che scatenano il turpiloquio? Tartamella sale in cattedra: «La molla maggiore è il tabù. Come gli uccelli non volerebbero senza la resistenza dell'aria, così insulti e volgarità non si svilupperebbero senza la resistenza dei tabù. Non a caso, oltre il cinquanta per cento del vocabolario sconcio è di origine sessuale. Poi c'è il tabù religioso, che scatena bestemmie e dissacrazioni. Poi il nostro corpo, la sporcizia, l'impronunciabile...».
Risultato? «Possiamo definire quattro grandi filoni. Primo: le imprecazioni. Per paura, per dolore fisico: sono nostre, non vengono rivolte a nessuno. Secondo: gli insulti. Sono espressamente rivolti verso qualcuno (la signora della portiera, ndr). Terzo: le oscenità. Liberano l'immaginazione peggiore, spesso sono rivolte alle donne. Quarto: le maledizioni. Il contrario delle forme d'augurio...».
Tartamella, dica un po': dovesse citarmi l'insulto più moderno? «Uno degli ultimi: tangentaro». Il più obsoleto? "Marrano". Il più chic?«Restando a noi, direi pennivendolo. Buono anche imbrattatele. Però devo dire che una delle forme più alte è quella trovata da un assessore, rivolto ad un collega: taci tu, che per farti visitare la testa devi andare dall'urologo».
È abbastanza chiaro: si parla di una vena inesauribile. Da accipicchia in su, tutto è ammesso. Massima libertà d'espressione. Ciascuno, guardandosi bene allo specchio, può scoprire un talento naturale. La cosa peggiore che possa capitare è una sola: quando qualcuno, con atto autoritario, manda in fumo secoli di sforzi creativi. Anni e anni per mettere a punto qualcosa di veramente pratico e affidabile, formule magiche per sintesi e per efficacia che nascono una volta ogni secolo nella storia umana, ed ecco lo scandalo: l'opera dell'ingegno viene brutalmente cassata. L'ultima della lista: il popolare e glorioso "vaffa", partorito chissà quando e chissà dove da un genio assoluto, perde improvvisamente il suo significato pregnante d'insulto. Decreto di Cassazione. Quella vera. Diciamolo: uno sfregio terribile. Come la martellata alla "Pietà" di Michelangelo. Non restano molte alternative: bisognerà trovare al più presto il sinonimo. Così da inviarlo quanto prima alla Cassazione. Egregia Cassazione, vaffansinonimo.