Se l’ossessione è un «classico»

In questa edizione anche i grandi nomi della danza con Sylvie Guillem e Akram Khan

Con i suoi 39 spettacoli (di cui 30 in prima nazionale) il Roma Europa Festival rappresenta senza dubbio il momento più importante del prossimo autunno romano. La XXI edizione della manifestazione, votata anche quest’anno all’insegna del dialogo tra arte e nuove tecnologie, si aprirà il 29 settembre, per chiudersi il 9 dicembre. Porterà in luoghi strategici della Capitale i frutti della creatività di artisti quali, per fare un primo esempio, il deejay Jeff Mills che all’Auditorium presenterà il suo Cinemix, contaminazione di suono e immagine applicata niente meno che a due capolavori degli anni Venti, le pellicole di Buster Keaton e di Fritz Lang (in dicembre).
Il cinema muto, insomma, incontrerà la musica elettronica grazie a un «mago» del vinile capace di mixare 40 dischi in un’ora, e il risultato sarà proprio la comunicazione tra passato e moderno che è il cuore del festival. La si ritrova nella storia delle ossessioni della nostra epoca tracciata da sei interpreti per sei classici, tra i quali Robert Lepage e il «suo» Hans Christian Andersen; Alessandro Baricco che con una lectio su Moby Dick e Melville offrirà un assaggio del nuovo lavoro; Alain Platel che rielaborerà i Vespri di Monteverdi. E poi gli accostamenti tra generazioni musicali, si pensi solo al padre del minimalismo Terry Riley assieme a emblemi della musica elettronica e contemporanea tra cui il marchigiano Stefano Scodanibbio.
Proprio «contaminazione» e «dialogo» sono le parole-chiave del RomaEuropa. Lo sottolinea il presidente della Fondazione, Giovanni Pieraccini: «Dialogo europeo sì, ma anche con le altre civiltà del pianeta, in particolare Asia, dalla Cina a Pakistan e India». Ecco allora eventi d’eccezione qual è Sacred Monsters, protagonisti due «mostri sacri» della danza contemporanea: Sylvie Guillem, principale artista ospite del Royal Ballet di Londra, e Akram Khan, coreografo e ballerino inglese il cui stile si fonda sulla formazione khatak, tipica del Bangladesh (8-11 novembre, al teatro Olimpico). Ancora fusione di identità culturali, in questo caso apparentemente incompatibili, sarà nello spettacolo di parole e danza che vedrà insieme il thailandese Pichet Klunchun e il francese Jerôme Bel (11-12 novembre, teatro Palladium), così come nel dramma dell’accoglienza raccontato dal regista Giorgio Barberio Corsetti in Portopalo - Nomi, su tombe senza corpi, quasi un requiem civile per le centinaia di immigrati vittime del naufragio di Portopalo, nel 1996.
A voler piluccare tra le cinque sezioni in cui è diviso il programma, si capisce perché il contributo economico del Campidoglio alla Fondazione ammonti a oltre un milione di euro.
Vanno ricordate, nella categoria «Sensi sotto sopra», le inedite installazioni artistico-tecnologiche della mostra a cura di Richard Castelli, che occuperà ogni spazio del teatro Palladium e di fatto darà il via al Festival. Non è finita: racchiusi nel gruppo «Nightline» troviamo dimostrazioni di danza tra seduzione e trasgressione, con sette celebri coreografi che lavoreranno con spogliarelliste di professione (e spogliarellisti). Già, perché «in campo culturale la novità paga», per dirla con l'assessore Gianni Borgna, mentre il sindaco Walter Veltroni sottolinea la trasversalità di linguaggi - cinema, teatro, danza -, destinata a sfociare in futuro in un «Festival della Matematica», in un contesto come l’Auditorium.
«La creatività non ha fine, ma non esiste epoca in cui non fosse criticata: penso a Borromini - così Veltroni -. Non si deve aver paura dell’innovazione, sebbene qualcuno non accetti che possano prodursi cose belle anche dopo Michelangelo. Roma va conservata e il modo migliore per farlo è anche innovare».