Se l’unica vittima è la Giustizia

Egidio Sterpa

Dove sta il diritto e dove il rovescio, ovvero il giusto e l’ingiusto, in questa controversia tra politica e magistratura? Com’è messa, a questo punto, la Giustizia in Italia? I fatti e le polemiche, che ormai caratterizzano come poco edificante un simile conflitto, impongono di ragionarci su. È anzi, si potrebbe dire, quasi un dovere, a cui cercare di sfuggire diventa ipocrisia e addirittura pavidità. Cercheremo di farlo col massimo dell’accortezza, con spirito liberale, senza la presunzione di saperne molto ma neppure con i complessi di chi si sente un «laico» nel mondo del giure. La giustizia riguarda tutti, confessionali e laici del diritto, e peraltro la questione è giunta ad un livello tale di pericolosità che non è lecito estraniarsi e restare in silenzio.
C’è un fatto che s’impone fortemente all’attenzione di tutti: il giudizio di un alto magistrato, il primo presidente della Cassazione, Nicola Marvulli, che ha definito «delirio» l’ipotesi avanzata dal presidente del Consiglio Berlusconi che taluni interventi della magistratura abbiano finito per propiziare il prevalere di banche straniere nella gara per il possesso di importanti istituti di credito italiani.
Che un alto magistrato si rivolga in termini così pesanti verso il capo del governo è certamente grave. Penoso è che egli lo abbia fatto nella platea del congresso dell’Associazione nazionale magistrati, al teatro Capranica di Roma. Se lo avesse fatto dalla tribuna sarebbe stato almeno più dignitoso. È significativo che suoi stessi colleghi abbiano definito le dichiarazioni «forti», «esasperate», «fuori dal vaso». Il vicepresidente del Csm, Virginio Rognoni, se l’è cavata affermando: «Marvulli ha meno pazienza di me».
Chi, confermandosi grande spirito libero, non ha esitato a trarre conseguenze logiche è Cossiga, che ha scritto una lettera all’attuale Capo dello Stato e presidente del Csm invitandolo a intimare a Marvulli di dimettersi. Un interrogativo in proposito deve esserselo posto Ciampi, visto che, proprio nella platea del congresso al Capranica, s’è rivolto ad un giovane magistrato con queste parole: «Mi raccomando, fate attenzione a non assumere atteggiamenti che possano anche apparire non equidistanti. Ricordatevi che dovete essere terzi, ma anche apparire tali».
Può un magistrato, per giunta altissimo, essere considerato terzo e imparziale e godere della credibilità necessaria dopo essersi lasciato andare a dichiarazioni come quelle fatte dal dottor Marvulli? Fu proprio il dottor Marvulli, alla inaugurazione dell’anno giudiziario nel gennaio scorso, a rimproverare a taluni magistrati «scarsa imparzialità e scarso equilibrio» e troppa «solidarietà ideologica», e noi su queste colonne gliene demmo atto. Come mai questo revirement?
In verità, tutto il tono del congresso al Capranica è stato esasperato, carico di risentimenti. Il Guardasigilli, Castelli, non solo è stato accolto freddamente, ma al suo invito ad una «dialettica costruttiva» è stato risposto - la constatazione è sua - sbattendogli «la porta in faccia». In queste condizioni a soffrirne è soprattutto la dignità della giustizia. Una polemica senza misura e, diciamolo pure, senza eleganza squalifica il mondo della giustizia, che Hegel nel suo Lineamenti di filosofia del diritto definisce addirittura «qualcosa di sacro».
Possono non rifarsi a simili valori la cultura e i comportamenti di persone a cui è riconosciuta l’autorità e la competenza di emettere giudizi che influiscono sul destino dei cittadini? Ha mille ragioni Casini, terza carica dello Stato, ad ammonire, rivolto ai magistrati: «Fate pulizia in casa vostra e sarete più credibili. Esistono troppe pecore nere».
Stupisce, e anzi dispiace, per l’intelligenza che gli riconosciamo, che un giornalista come Eugenio Scalfari se la prenda con l’ex ambasciatore Sergio Romano, che sul Corriere non ha esitato a scrivere che «un magistrato che si esprime nella vita pubblica come cittadino e come elettore perde una parte della sua autorità morale». È la sostanza di quanto tempo fa un giurista di Rifondazione di grande valore, Giuliano Pisapia, ebbe a dire: «La fiducia dei cittadini verso la magistratura sta diminuendo». Qualcosa del genere dev’esserci anche nei pensieri di un ex magistrato come Luciano Violante, che si è sbilanciato fino al punto di proporre che venga sottratta al Csm «la funzione disciplinare sui giudici, affidandola ad un organo esterno alla magistratura».
Quanto dev’essere difficile associare intelligenza ed equanimità. Qualche speranza ce la suscita un alto magistrato in pensione, che ci ha fatto l’onore di inviarci una bellissima e nobilissima lettera. È il dottor Carlo Buscaglino Strambio, procuratore generale onorario presso la Cassazione. Egli ci affida alcune considerazioni davvero degnissime sulla carriera dei magistrati e sul Csm. Gratissimi a chi ce le ha confidate, le teniamo però per noi perché non abbiamo l’autorizzazione a renderle pubbliche. Ma una cosa ci sentiamo di dire con grande rispetto e onore alla magistratura di cui fu esponente il dottor Buscaglino, quella che, come ci capitò di leggere anni fa nel saggio di un grande giurista, saliva le scale dei palazzi di Giustizia come il sacerdote quella dell’altare: se non si torna a quei valori, si potrebbe finire col credere come scrisse Tolstoi in Guerra e Pace, «dove è un Tribunale è l’iniquità». Dobbiamo fare di tutto perché non sia così.