Quel giorno in metrò in cui la carta è stata sconfitta

Purtroppo è arrivato. Il giorno. Quel giorno. Il giorno che immaginavo, aspettavo, temevo. Perché ogni mattina, andando, mi domandavo sarà forse oggi? Perché ogni sera, rincasando, mi chiedevo sarà forse adesso? E non era. Non era mai. Per magia, per fortuna. Come quei gol in pieno recupero, come quei canestri da tre a tempo scaduto che ti salvano all'ultimo, tutte le volte accadeva qualcosa che smentiva i miei presagi. Anche se in fondo al cuore sapevo che invece la sentenza era solo rinviata magari al mattino dopo, alla sera dopo, magari a quando ventiquattro ore dopo avrei ripreso lo stesso bus, tram, metrò per andare e ritornare.
E adesso sono qui, sconfitto, abbattuto. Ho ancora negli occhi il momento esatto in cui è arrivata la sentenza. Non ci sono state parole, solo un terribile silenzio di tutti con gli occhi bassi a guardare qualcosa. Proprio quel qualcosa motivo stesso della sentenza, della condanna, della prigione a vita a cui mi e ci ha condannato quel giudice un po' cretino e un po' superficiale che sta dentro tutti noi. Le motivazioni della sentenza parlano chiaro, il dispositivo non lascia adito a dubbi: ce la siamo cercata e ce ne stiamo cercando altre di sentenze simili. Perché sarà così per sempre e oggi è stato solo un assaggio. La via è ormai impietosamente tracciata e sarà una galera. Una galera delle relazioni vere, del conoscersi, degli incroci di sguardi, di vita, di sorrisi, delle possibilità di conoscersi. Una galera degli approfondimenti mancati, della possibilità di accompagnare i nostri pensieri e la nostra crescita a qualcosa più di una fugace e bulimica lettura fast-food di wikinozioni e cinguettii e cose da dire su facebook e giochi da fare online che ti razzlano la vita o angrybirdano l'esistenza.
Oggi è purtroppo successo che sono salito su un vagone del metrò e per la prima volta in vita mia ho trovato tutti, proprio tutti, una ventina di persone, con lo smarthphone e il tablet e il kindle in mano. Non c'era traccia di gente con libri e giornali o che parlasse, che pensasse con gli occhi a vagare altrove, magari immaginando, sognando, soffrendo o semplicemente dormendo in piedi. Tutti erano con gli occhi schiacciati sui display, con i pollici ipertrofici a sfregarli su e giù e con la testa che avanti così sarà presto l'esatto contrario di ipertrofico.

Commenti

Raoul Pontalti

Sab, 29/03/2014 - 17:45

Ma tu pensa alla reazione di quello che sulla caravella o sulla carrozza vedeva la gente con la carta in mano anziché il papiro o la pergamena...e prima ancora quello che vedeva in mano alla gente (poca...) il papiro in luogo delle tavole bronzee o di terracotta...

cgf

Sab, 29/03/2014 - 21:15

più dura scrivere sula sabbia, vero?