Se il libretto di sala trasforma l’opera in una soap opera

Come diceva un vecchio patriarca del melodramma: alla fine quello che conta è il risultato. E il nuovo allestimento della Walküre di Richard Wagner che ha aperto la stagione del Teatro alla Scala ha avuto consensi dall’alto in basso e viceversa della sala. Gli interpreti sono stati applauditi come meritavano e con loro il gruppo raccolto attorno al regista Guy Cassiers, i suddetti ribaltando il verdetto del controverso e meno apprezzato Rheingold (Oro del Reno) della stagione passata.

Interessa soffermarsi su una tendenza che è diventata una moda, quella di accompagnare la messa in scena con testi che, nati per spiegare le ragioni delle scelte registiche, finiscono per oscurane il senso, o peggio, per confondere le idee al prossimo. Così accade puntualmente anche nel programma di sala della Walküre, dove accanto alla splendida traduzione italiana di Franco Serpa, alle utili esemplificazioni dei motivi conduttori di Raffaele Mellace, non tralasciando i saggi pieni di stimoli dovuti a Claudio Magris e Jürgen Maehder, i classici musicologici di Carl Dahlhaus ecc., troviamo la bislacca esegesi di Erwin Jans (presente anche in locandina, come «drammaturgo»). Il mondo umano dei gemelli incestuosi Siegmund e Sieglinde sarebbe, secondo la lettura di Jans, troppo umano: «una soap opera, una rete di complessi intrighi familiari che coinvolgono marito e moglie, vecchie e giovani generazioni. In un moderno linguaggio psicoanalitico la famiglia di Wotan sarebbe definita una famiglia disfunzionale».

Si passi lo psicologismo, ma siamo sempre alla trita snobberia di paragonare i miti wagneriani a quelli della tv. Rimane, si voglia o no, il padre dell’interpretazione allegorica del Ring, G.B. Shaw, col suo ironico Wagneriano perfetto, nato, lo si rammenti, come satira delle ultraseriose guide wagneriane all’ascolto, e non come «disposizione scenica» al servizio di registi e loro seguito. Comunque il desiderio di innestare le parabole di Wagner nella storia è sempre stato in agguato, affascinante, ma pericoloso, tanto da dover essere trattato da mani adeguate. Anche Wieland Wagner, geniale continuatore della rivoluzione del Nonno al Festival di Bayreuth negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, vedeva il personaggio di Wotan come l’esempio del politico che aspira al potere con i doppi giochi, del legislatore che legifera per gli altri e nutre le sue illusioni fino all’estremo.

Mai però lo avrebbe forzato ad assumere vesti storicamente definite o a sopportare stratificazioni a posteriori. Altrimenti il Mito sarebbe andato a carte e quarantotto. Ricordiamo che la figura di Wotan nel Crepuscolo degli Dèi, pareva a Wieland simile a quella dello zio Wolf. Lo zio in questione era Adolf Hitler, fanatico adoratore e protettore economico di Bayreuth. Egli vedeva Wotan come il Führer «prima del diluvio», intento a preparare «un suicidio più o meno eroico, abbattendo il frassino del mondo e disponendone i pezzi attorno al Walhalla, in vista di una morte spettacolare che subirà come un criminale pienamente responsabile dei suoi crimini».

Un regista senza scrupoli, come ne girano tanti, non si sarebbe lasciato scappare l’uniforme del Cancelliere dentro la sala del Walhalla. Per tornare alle idee terra terra circolanti fra i drammaturghi odierni, la lettura delle note ci informa di particolari altrimenti inesplicati alla visione dello spettacolo: la forma organica (cordone ombelicale) del frassino nella casa di Hunding è simbolo dell’unione fra mondo umano e divino; gli alberi che sembrano candele sono in realtà lance per proteggere il Walhalla; le proiezioni nella foresta «non diversamente dall’universo di Matrix» non rappresentano più «le linee guida per la nuova generazione», ma ribadiscono l’idea che una «natura pura è un’illusione romantica».

Fino alla domanda senza risposta. Il ritorno dell’Anello alle acque del Reno, questo, sì simbolo della funzione redentrice della Natura, cosa significa oggi «che una nuova categoria, quella del virtuale, si è installata fra il materiale e lo spirituale? (…) oggi che l’acqua è pura solo dopo essere passata attraverso un impianto di depurazione?».
Sarà. Ma noi poveretti siamo più confusi di prima e dire che avevamo letto testi difficili e autorevoli e li avevamo capiti. Per non farsi mancare nulla il riferimento più importante del terzo atto è indicato nella «pornografia della guerra», quella diventa familiare «attraverso i media in relazione alle guerre in Iraq e Afganistan, agli attacchi terroristici, ad Abu Ghraib» et caetera. Un dubbio ci sovviene: nella lettura abbiamo perso o guadagnato, abbiamo capito o frainteso? Qualcuno sembra ancora avvolto nelle nuvole. Speriamo che siano nel senso inteso da Wagner. Almeno queste.