Se l'imam terrorista ha la stessa pena di Corona

Il predicatore di viale Jenner, Abu Imad, faceva da tramite con chi progettava di uccidere Mubarak. Usati due pesi e due misure: organizzare attentati evidentemente è grave come farsi pagare scatti osè da un calciatore

Parlar male di Fabrizio Corona? È diventato un obbligo giornalistico, una specie di precetto festivo, ma anche feriale. Si fa fatica ad astenersi dal tirargli qualche cartoccio di paroline pescate nel lessico chic dei moralizzatori dei costumi altrui. Gramellini sulla Stampa, Serra sulla Repubblica, tutti in prima fila con i pomodori nelle loro manine disinfettate. Avanti. Hanno perfettamente ragione. Hanno così ragione che a nessuno viene in mente di dire: chi è senza peccato scagli il primo pomodoro. Neanche Gesù - pare - eccepirebbe. Eppure.

Eppure è un bersaglio così facile, che pare quasi di picchiare un bambino. Le ultime esibizioni di rabbia di questa star da night club hanno avuto qualcosa di patetico. Hanno espresso il sentimento di una grande solitudine. Più Corona diventa popolare, e viene ricercato in tv per le sue scenate da orso ferito, più si vede che è solo, e si ritrova ridotto al rango di gorilla da circo vestito di lustrini. Forse gli sta bene, forse no. Per una volta però vogliamo guardare i fatti invece dei nostri sentimenti così azzimati?

Ho provato a rileggere la sentenza di condanna. Lascio perdere la specificazione giuridica dei reati. Vado alla sostanza. Corona ha cercato di sputtanare il centravanti Adriano e un motociclista di qualche nome, che evito di citare per non fargli danno. Lui dice che voleva offrire loro a prezzo di mercato fotografico l’occasione per salvarsi dalle bufere pubbliche. La sostanza comunque sta tutta nella pena: tre anni e otto mesi. Tanti, pochi? Nessuno ha eccepito. Si sa, il tribunale di Milano è severo, i pm duri e puri. Si pensi che il colonnello Luciano Seno, un eroe della lotta alle Brigate rosse (ha catturato lui Renato Curcio e, a mani nude, prendendolo per il collo, Alberto Franceschini), è stato condannato in primo grado a tre anni: aveva passato il suo telefono a un collega su ordine del superiore (processo Abu Omar). Favoreggiamento. Non pare un ordine contro l’umanità, a occhio e croce, tre anni e via.

Ma ecco che salta fuori dall’archivio delle pene affibiate al palazzo di giustizia milanese una sanzione identica, proprio perfettamente uguale. A chi? All’imam di viale Jenner. Si chiama Abu Imad. È il predicatore egiziano che da quasi quindici anni governa la comunità islamica milanese. È lui che ha guidato a Milano la grande cerimonia finale del Ramadan dove è stata malmenata Daniela Santanchè e dove scorrazzavano tra i fedeli più zelanti gli autori dell’attentato kamikaze alla caserma di via Perrucchetti. Ma questa è roba nuova e lui non c’entra. Ma non è che sia un maestro esemplare. Nel dicembre del 2007 si è beccato 3 anni e 8 mesi, come Corona. Per terrorismo internazionale. Che a Milano, se lo praticano degli islamici, è visto tale e quale il commerciare foto spinte. O i numeri ingannano? Attingo dagli articoli di Luca Fazzo, scritti per il Giornale.

Abu Imad - alias Arman Ahmed El Hissini Helmy - viene arrestato per la prima volta il 26 giugno 1995. Il suo nome non finisce neanche sui giornali: nella retata della Digos brillano altri nomi, primo tra tutti Anwar Shaban, l’imam dell’epoca, che - a conferma che l’inchiesta aveva visto giusto - si arruolerà poi come mujaheddin e morirà combattendo in Bosnia. Abu Imad se la cava con la prescrizione, e prende il posto di Shaban al vertice della moschea.

Sotto la guida di Abu Imad la comunità milanese diventa una stella nella galassia del terrorismo islamico internazionale. In viale Jenner, racconterà il pentito Tilli Lazar, molti fedeli islamici vengono convertiti alla Guerra santa, istruiti, inviati ai campi di Al Qaida. Abu Imad in prima persona non si espone mai. Una intercettazione tra due estremisti, quella decisiva nel farlo condannare, lo indica però come tramite decisivo. Pare volessero ammazzare Mubarak. Risultato? Tre anni e otto mesi per terrorismo internazionale, e una carriera ancora promettente di predicatore. Nessun pomodoro per lui da Gramellini e Serra. È molto più grave vestirsi da Corona che predicare da imam terrorista. È la giustizia made in Milan.