Se l'Italia preferiscei docenti ai giudici

Gli italiani non si fidano più dei magistrati: solo il 41,6% dichiara di avere fiducia nei giudici. Peggio delle toghe ha fatto soltanto l’Unione europea

Sorpresa: gli italiani non si fidano più dei magistrati. Soltanto il 41,6%, infatti, dichiara di avere «molta» o «moltissima fiducia» nei giudici, contro il 49,8% dell’anno scorso. È un crollo di consensi clamoroso: peggio della magistratura ha fatto soltanto l’Unione europea, che ha perso addirittura il 12,6% dei favori, totalizzando un misero 36,6%. Ma in questo caso le ragioni, condivisibili o meno, sono evidenti, e nascono direttamente dalla crisi economica e dalle (non) soluzioni che dovrebbero affrontarla.
Il tracollo dei giudici, invece, è del tutto inaspettato. E segna una piccola grande svolta nella bonaccia politica seguita alle dimissioni del governo Berlusconi. Dall’indagine sugli italiani e lo Stato, realizzata da Demos & Pi per Repubblica e diretta da Ilvo Diamanti, emerge una sfiducia generalizzata dei cittadini verso ogni genere di istituzioni: il che conferma una sensazione diffusa nell’opinione pubblica, nonché la tendenza prevalente sui mass media. Non è dunque una sorpresa se in fondo alla classifica ci sono il Parlamento (soltanto l’8,9% degli italiani vi ripone fiducia) e i partiti (che raccolgono un misero 3,9%), mentre sul podio svettano le forze dell’ordine con il 71,8% e il presidente della Repubblica con il 65,1%.
E i giudici? Ancora lo scorso anno riscuotevano la fiducia di metà degli italiani (più della Chiesa cattolica e poco meno della scuola), oggi scivolano nella parte inferiore del tabellone. Il giustizialismo, come ogni veleno, sembra aver prodotto infine il suo contravveleno: troppe inchieste finite nel nulla, troppi scandali costruiti sui giornali, troppo accanimento contro i Lele Mora e troppa accondiscendenza con i Woodcock, e in definitiva, e banalmente, troppo chiasso e troppe telecamere e troppe interviste. L’imparzialità della giustizia risiede prima di tutto nella sua invisibilità: troppi giudici invece si sono trasformati (o hanno lasciato che qualcuno li trasformasse) in giustizieri e predicatori. E allora meglio Celentano, che almeno non manda nessuno in galera.
Si potrebbe osservare che Berlusconi celebra così un trionfo postumo, e che tanti anni di battaglie e polemiche non avranno partorito, ahinoi, nessuna riforma della giustizia, ma almeno hanno aperto un varco nell’opinione pubblica. La verità è che ci muoviamo in un paesaggio di macerie. L’esondazione giudiziaria di questi anni ha avvelenato i pozzi del dibattito pubblico e ha incarognito le parti, ha zittito la politica e ha alimentato il qualunquismo, e oggi che Berlusconi è diventato un obiettivo meno importante conclude la sua spinta limacciosa alimentando un nuovo esercito di cittadini delusi e sfiduciati. Davvero un bel disastro: su cui tutti i partiti, ora che non hanno un granché da fare, dovrebbero riflettere con attenzione.
Se la magistratura crolla, la scuola è l’istituzione che più sale nei consensi: +3,3%. Con il Capo dello Stato e le forze dell’ordine, è l’unica ad avere un indice di fiducia superiore al 50%. L’indice di soddisfazione per le scuole pubbliche è cresciuto dal 36 al 42% (quello per le private è invece crollato dal 32 al 24%), e supera la soddisfazione per l’assistenza sanitaria, le ferrovie e i trasporti urbani. Ma se è davvero così, bisognerà prima o poi riconsiderare il lavoro di Mariastella Gelmini, più volte accusata dalle opposizioni, dai sindacati e dagli studenti di sinistra di aver distrutto la scuola pubblica sottraendole risorse e, dunque, qualità. Se la prima cosa è sostanzialmente vera, perché i tagli lineari scelti da Tremonti hanno colpito indiscriminatamente tutte le voci di spesa, la seconda lo è molto di meno: almeno agli occhi degli italiani, la scuola è migliorata. E anche questo segnale meriterebbe di essere preso in considerazione da una sinistra che abbia ambizioni di governo: nessuno chiede a Bersani di scusarsi con la Gelmini, ma forse varrebbe la pena rileggersi la sua riforma.